3 parole per vivere bene

PAPA FRANCESCO. Le udienze dedicate alla famiglia. Dire “permesso, grazie, scusa” dona “una grande forza: la forza di custodire la casa anche attraverso mille difficoltà e prove. La loro mancanza apre delle crepe”

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genitori-figliPapa Francesco all’udienza generale di mercoledì in piazza San Pietro ha proseguito la sua riflessione sulla famiglia. “La catechesi di oggi – ha esordito – è come la porta d’ingresso di una serie di riflessioni sulla vita della famiglia, la sua vita reale, con i suoi tempi e i suoi avvenimenti. Su questa porta d’ingresso sono scritte tre parole, che ho già utilizzato in piazza diverse volte. E sono: ‘permesso?’, ‘grazie’, ‘scusa’. Infatti queste parole aprono la strada per vivere bene nella famiglia, per vivere in pace. Sono parole semplici, ma non così semplici da mettere in pratica! Racchiudono una grande forza: la forza di custodire la casa, anche attraverso mille difficoltà e prove; invece la loro mancanza, a poco a poco, apre delle crepe che possono farla perfino crollare”.

Sulla questione delle buone maniere, occorre sgombrare il campo dagli equivoci: “Nella storia abbiamo conosciuto anche un formalismo delle buone maniere che può diventare una maschera che nasconde l’aridità dell’animo e il disinteresse per l’altro… Nemmeno la religione è al riparo da questo rischio, che fa scivolare l’osservanza formale nella mondanità spirituale”. Ma qui “intendiamo la buona educazione nei suoi termini autentici, dove lo stile dei buoni rapporti è saldamente radicato nell’amore del bene e nel rispetto dell’altro. La famiglia vive di questa finezza del voler bene”.

La prima parola è quindi “permesso?”. “Entrare nella vita dell’altro – ha commentato Bergoglio – chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto. La confidenza, insomma, non autorizza a dare tutto per scontato. E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore”. E riferendosi ad Apocalisse 3,20: “Anche il Signore chiede il permesso per entrare! Non dimentichiamolo”.

La seconda parola è “grazie”. “Certe volte viene da pensare che stiamo diventando una civiltà delle cattive maniere e delle cattive parole, come se fossero un segno di emancipazione. Le sentiamo dire tante volte anche pubblicamente. La gentilezza e la capacità di ringraziare vengono viste come un segno di debolezza, a volte suscitano addirittura diffidenza. Questa tendenza va contrastata nel grembo stesso della famiglia. Dobbiamo diventare intransigenti sull’educazione alla gratitudine, alla riconoscenza: la dignità della persona e la giustizia sociale passano entrambe di qui. Se la vita familiare trascura questo stile, anche la vita sociale lo perderà. La gratitudine, poi, per un credente, è nel cuore stesso della fede: un cristiano che non sa ringraziare è uno che ha dimenticato la lingua di Dio. Sentite bene: un cristiano che non sa ringraziare è uno che ha dimenticato la lingua di Dio”. A braccio ha aggiunto: “Una volta ho sentito [dire da] una persona anziana, molto buona, semplice ma con la saggezza della pietà, della vita: ‘La gratitudine è una pianta che cresce soltanto nella terra delle anime nobili’. Quella nobiltà dell’anima, quella grazia di Dio nell’anima ci spinge a dire grazie alla gratitudine. È il fiore di un’anima nobile. È una bella cosa questa”.

La terza parola è “scusa”. “Parola difficile – ha chiosato il Papa -, certo, eppure così necessaria. Quando manca, piccole crepe si allargano, anche senza volerlo, fino a diventare fossati profondi. Non per nulla nella preghiera insegnata da Gesù, il Padre nostro, che riassume tutte le domande essenziali per la nostra vita, troviamo questa espressione: ‘Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori’. Riconoscere di aver mancato, ed essere desiderosi di restituire ciò che si è tolto: rispetto, sincerità, amore, rende degni del perdono. E così si ferma l’infezione. Se non siamo capaci di scusarci, vuol dire che neppure siamo capaci di perdonare. Nella casa dove non ci si chiede scusa comincia a mancare l’aria, le acque diventano stagnanti. Tante ferite degli affetti, tante lacerazioni nelle famiglie cominciano con la perdita di questa parola preziosa: ‘scusami’”. Di nuovo a braccio ha aggiunto: “Sentite bene: avete litigato, moglie e marito? Figli con i genitori? Avete litigato forte? Non sta bene, ma non è il problema: il problema è che questo sentimento sia presente il giorno dopo. Per questo, se avete litigato, mai finire la giornata senza fare la pace in famiglia. E come devo fare la pace? Mettermi in ginocchio? No, soltanto un piccolo gesto, una cosina così. E l’armonia familiare torna. Basta una carezza, senza parole. Ma mai finire la giornata in famiglia senza fare la pace. Capito questo? Non è facile, eh! Ma si deve fare. E con questo, la vita sarà più bella”.

“Queste tre parole-chiave della famiglia – ha concluso – sono parole semplici, e forse in un primo momento ci fanno sorridere. Ma quando le dimentichiamo, non c’è più niente da ridere, vero? La nostra educazione forse le trascura troppo. Il Signore ci aiuti a rimetterle al giusto posto, nel nostro cuore, nella nostra casa, e anche nella nostra convivenza civile… Permesso, grazie, scusa sono le parole per entrare nell’amore della famiglia, perché la famiglia stia bene”.

 

 

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