A servizio della Chiesa e di tutto l’Umano

PAOLO VI. Questa domenica viene proclamato beato il Papa che portò a termine il Concilio in mezzo al “mare in tempesta”. La sua figura viene rievocata a tutto tondo dal presidente dell’Istituto a lui intitolato

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paolo-VIIn che senso la santità vissuta da un Papa può essere un modello per tutti i cristiani? Ciò è possibile perché anche un Papa è e rimane prima di tutto un cristiano, un credente, un discepolo del Signore. Ed è questa radice comune della santità che tutti i fedeli possono riconoscere anche in chi ha vissuto in uno stato di vita e in un ministero completamente diverso dal proprio.

A tutti i fedeli, dunque, Paolo VI – che verrà beatificato questa domenica, 19 ottobre – è presentato come un credente che ha testimoniato una fede limpida e incrollabile nel Signore Gesù e, al tempo stesso, si è fatto compagno di viaggio dell’umanità immersa in una cultura che rendeva spesso difficile riconoscere i segni della manifestazione di Dio. Ai Pastori, Papa Montini offre l’esempio di una dedizione senza riserve al servizio della Chiesa, anche nei momenti più tempestosi della sua vita e a prezzo di grande sofferenza.

Servire la Chiesa

Chiunque voglia individuare le linee della santità di Paolo VI non può fare a meno di ricordare che il servizio alla Chiesa ne rappresenta una dimensione fondamentale. Nel Pensiero alla morte il Papa afferma che questo è stato il motivo unificante di tutta la sua vita: “Per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto”, confessa Paolo VI. L’amore per la Chiesa è stata infatti la ragione della sua scelta di vita: “Fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio”.

Come accade a tanti Pastori, anche per Paolo VI questo ministero ha spesso incontrato l’incomprensione. Nel momento in cui il suo cammino terreno volge al termine, egli manifesta perciò la volontà di fare della sua morte un estremo dono d’amore alla Chiesa e il desiderio che la Chiesa sappia quale è stato il principio ispiratore della sua vita e del suo servizio: “Vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all’estremo momento della vita si ha il coraggio di fare. Vorrei finalmente comprenderla tutta nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua complessa, totale e unitaria composizione, nella sua umana e imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e nelle miserie di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità”.

Nella meditazione di Paolo VI sul ministero di Pastore della Chiesa universale che gli è stato affidato, la figura di Pietro occupa ovviamente un posto di primo piano. Oltre che come modello di esercizio dell’autorità ecclesiale, la figura dell’apostolo è presentata come paradigma del Pastore che, chiamato a guidare il gregge, deve a sua volta lasciarsi guidare dal Maestro che lo chiama a seguirlo. Paolo VI ritorna con insistenza sul passo evangelico in cui Gesù annuncia a Pietro che, quando sarà vecchio, sarà “condotto da altri dove lui non vuole”. Proprio in questa condizione Pietro diviene il modello del Pastore che, dopo aver confessato il suo amore per Gesù e aver ricevuto il compito di pascere il gregge, non può fare altro che affidarsi totalmente a Lui e lasciarsi condurre su una strada che non conosce, ma che lo porterà a realizzare una perfetta comunione di destino con il Signore, fino al sacrificio della vita.

Il valore dell’Umano

Quando ci si accosta a Giovanni Battista Montini, ci si rende conto che l’ispirazione religiosa da cui è stato guidato il suo agire non è mai andata a scapito della capacità di riconoscere l’importanza dell’Umano in tutte le sue dimensioni: l’intelligenza che si interroga sul mondo e la scienza che ne scruta i segreti, la cultura e l’arte che nobilitano e rendono bella la vita umana, la capacità di dare forma al mondo attraverso il lavoro e di costruire una convivenza sociale pacifica e prospera attraverso l’impegno politico.

Anche su questo, è prezioso il Pensiero alla morte: “Questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d’essere cantato in gaudio e in gloria: la vita, la vita dell’uomo! Né meno degno d’esaltazione e di felice stupore è il quadro che circonda la vita dell’uomo: questo mondo immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità”.

Il paradigma del Concilio

Il servizio pastorale alla Chiesa ha dunque come ultimo scopo che la Chiesa possa compiere il suo servizio all’umanità.

È questo il tema che Paolo VI propone con forza al termine del Vaticano II, nel discorso rivolto all’assemblea conciliare il 7 dicembre 1965: “La Chiesa del Concilio, sì, si è assai occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che a Dio la unisce, dell’uomo, dell’uomo quale oggi in realtà si presenta: l’uomo vivo, l’uomo tutto occupato di sé, l’uomo che si fa soltanto centro d’ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione d’ogni realtà. Tutto l’uomo fenomenico, cioè rivestito degli abiti delle sue innumerevoli apparenze, si è quasi drizzato davanti al consesso dei Padri conciliari, essi pure uomini, tutti Pastori e fratelli, attenti perciò e amorosi: l’uomo tragico dei suoi propri drammi, l’uomo superuomo di ieri e di oggi, e perciò sempre fragile e falso, egoista e feroce; poi l’uomo infelice di sé, che ride e che piange; l’uomo versatile pronto a recitare qualsiasi parte, e l’uomo rigido cultore della sola realtà scientifica, e l’uomo com’è, che pensa, che ama, che lavora”.

Il Concilio – sottolinea Paolo VI – ha raccolto la sfida lanciata alla Chiesa dall’umanesimo laico, che intende realizzare una pienezza umana indipendentemente da Dio, e ha proposto con forza, ma senza lanciare anatemi, l’umanesimo cristiano come alternativa: “La religione del Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere; ma non è avvenuto.

L’antica storia del samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’Uomo”.

 

La biografia

Giovanni Battista Montini nasce a Concesio (Brescia) il 26 settembre 1897 da una famiglia borghese: il padre, giornalista e avvocato, è stato direttore del giornale cattolico Il Cittadino di Brescia e parlamentare per tre legislature del Partito popolare, guidato da don Sturzo. Dopo gli studi classici, prima in un collegio gesuita poi in un liceo statale, Giovanni Battista nel 1916 entra in seminario. Viene ordinato sacerdote nel 1920 e si trasferisce a Roma per seguire i corsi di Diritto civile e Diritto canonico alla Pontificia università gregoriana, e di Lettere e filosofia all’Università statale. Tre anni dopo, dà avvio alla sua attività diplomatica, collaborando alla Segreteria di Stato vaticana. È del 1954 la sua proclamazione, a opera di Pio XII, ad arcivescovo di Milano; nel 1958 è creato cardinale da Giovanni XXIII. Alla morte di Roncalli nel 1963, il Conclave, il 21 giugno, elegge Montini, che assume il nome di Paolo VI. Del suo pontificato si ricorda anzitutto il proseguimento e la chiusura, l’8 dicembre 1965, del Concilio Vaticano II. Muore il 6 agosto 1978 per un edema polmonare nella residenza di Castel Gandolfo.

AUTORE: Angelo Maffeis presidente dell’Istituto Paolo VI

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