Abat jour – David e Golia

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Don Angelo Fanucci
Don Angelo Fanucci

La sera di lunedì 27 giugno ero nella sala da pranzo della mia comunità residenziale di San Marco, con i miei picchiatelli armati di enormi buste di patatine e pop-corn, davanti alla tv, per lasciarci entusiasmare o (più facilmente) per lasciarci amareggiare dall’imminente partita di calcio Spagna-Italia. Il ricordo degli ultimi Campionati del mondo, quando il biglietto per l’aereo di ritorno in Italia ce lo pagò addirittura il Costarica…
“Suvvia, ragazzi, non facciamo baccano!”, con la voce del chierichetto che intona il rosario; pettinato e compunto; un colpettino di tosse ogni tanto, a tenere a freno un forte disagio latente, in attesa di una partita che si candidava a liturgia funebre.
Ma dopo la fine del primo tempo ero già spettinato e vociante, preda di un entusiasmo nazionalista sconsiderato, che abbracciava tutti, da Mazzini a Renzi, includendo (Dio mi perdoni!) anche Salvini. Noi. Noi italiani! Noi che… “Sole che sorgi, libero e giocondo, sui nostri colli i tuoi cavalli doma!”.
Uno dei miei picchiatelli ha detto: “Io faccio tifo per la Spagna”. Ho replicato, a tiro di schioppo: “E io ti do un calcione nelle parti basse!”. Incauto, dimenticavo che i miei piedi sono in fondo alle gambe, e che le mie gambe da anni fanno i capricci, e che, anche se le parti basse da raggiungere fossero (è la migliore delle ipotesi) quelle di Brunetta, potrei farlo solo con l’ausilio di un argano intelligente e servizievole.
La mattina dopo avevo un incontro col vescovo Ceccobelli, che notoriamente è un tifoso della Sampdoria. Anche lui era sotto l’effetto della nostra bellissima vittoria, ma non dimenticava il proprio ruolo, e lo vedeva, quel grido d’esultanza della sera prima, come uno dei quei pochi momenti di totale concordia che la nostra Chiesa auspica sempre e ottiene molto raramente.
Sono tornato a casa ancora più gasato. E ci ho pensato su, ancora e ancora e ho concluso che la chiave di Italia-Spagna 2 a 0 (27 – 06 – 2016) è tutta nella storia di David e Golia. Con la dovute differenze, ovvio!
Quella sera noi eravamo David e loro erano Golia.
De Sciglio di fronte a Sergio Ramos: un portascarpe vicino a un armadio. Eder vicino a Iniesta: un onesto pallonaro di fronte a un illusionista che la palla la fa scomparire da qui e ricomparire un attimo dopo sul piede giusto dell’attaccante più vicino alla porta avversaria.
Spagna-Italia come Golia a David. E così abbiamo ricondotto l’evento alla sua matrice… biblica. In fondo è anche questo il compito di questo nostro baluginante chiovardo.

AUTORE: Angelo M. Fanucci

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