Abat jour – Riscoprire l’America

Tempo di lettura: 142 secondi

Don Angelo Fanucci
Don Angelo Fanucci

La gioiosa circostanza della presenza di Papa Francesco fra noi rinfocola la mia convinzione che la difficile accoglienza dei migranti che premono e premeranno a lungo alla nostra porta si risolverà in una forte iniezione di giovinezza per la nostra stanca civiltà. Come allora, nel 1945/46, quando a Dresda come a Scheggia riuscimmo a rilanciarci quando ormai avevamo toccato il fondo.
E dallo sgabuzzino della mia memoria riemerge l’ennesimo di quei ricordi, …Cristoforo Colombo. Sì, perché a Scheggia la vitalità che sprizzava ovunque ebbe il suo clou nella messo in scena di una operetta sui generis, La scoperta dell’America.
L’America reale l’andavamo scoprendo con gli aiuti dell’UNRRA: ogni giorno alle 11, sull’unica via asfaltata,  la Flaminia, arrivava il  pulmann/dromedario Roma-Rimini; sul tetto una montagna di beni alimentari, destinati a far tacere lo stomaco di gente stufa di sentirlo gridare da troppo tempo.
L’America dei nostri sogni invece, quella patria del benessere della quale durante il triste ventennio si poteva parlare solo sotto voce, venne musicata e messa in scena nel teatrino di Scheggia.
Regista e direttore d’orchestra era mio fratello Bruno. Da seminarista, nel Seminario Regionale di Assisi, che avrebbe dovuto  lasciare per malattia, Bruno aveva imparato a suonare l’armomium e insieme con un gruppo di compagni estrosi come lui aveva partecipato, sotto la direzione del Vicerettore don Dino Tomassini, alla stesura di un’operetta di celebrazione del nuovo mondo.
Parole nuove su musiche note a tutti. Da “Firenze sogna”, puta caso (“Sull’Arno d’argento …): La chiromante,// guardandomi le piante, // mi disse dolcemente // un giorno lontan: //un regno avrai // più esteso di ogni mare, //dove il sole potrà mai // alla sera tramontare.
All’orchestra partecipavano, dopo essersi garantiti, provando insieme, da eventuali “stecche”, tutti coloro che avevano avuto una qualche familiarità col clarinetto, o con il sax, o con il bombardino.
Protagonisti: per Colombo il tenore Guglielmo Fanucci detto Memmo, di professione calzolaio e custode del cimitero; regina il mezzosoprano Angela (Lisandrelli?), di professione sarta; come personaggio rompiscatole il basso, Danilo (Lisandrelli  lui pure?), di professione calzolaio semplice.
Oddìo, sul piano antropologico quel manipolo di artisti veri non era aggiornato. Non per nulla, in attesa dell’entrata in scena di Colombo, il coro degli indiani cantava: O Colombo, Colombo, // noi siamo stufi d’aspettare: //da gran tempo siamo barbari, // ci vogliam civilizzar!
Altro non ricordo, se non il successo travolgente dell’iniziativa e l’alto numero di repliche che ne vennero richieste. E questo quando ancora le truppe alleate risalivano verso il nord solo a grande fatica, perché tutti ponti erano stati distrutti, compreso il Ponte a Botte.
Riscoprire l’America, rimettere al centro l’accoglienza: un’ottima chance per rilanciare l’Italia, e l’Europa. Ci riuscimmo allora. Perché non dovremmo riuscirsi oggi?

AUTORE: Angelo M. Fanucci

LASCIA UN COMMENTO