Abat jour – Un valdostano che rumina

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Don Angelo Fanucci
Don Angelo Fanucci

La gente che qui a Gubbio ha partecipato all’incontro promosso da Il Gibbo con Paolo Curtaz, nella Sala S. Francesco, il 27 maggio u.s., pensava forse di ascoltare una conferenza. Il tema era “La misericordia”; da teologo/biblista ci si aspettava che parlasse -che so io?- di come Papa Francesco è arrivato a proporci un anno giubilare del tutto incosueto, centrato sulla verità della nostra fede che, soprattutto per noi mezze cartusse, è la più importante.
Da Bonifacio VIII in poi (1300 d.C.) il giubileo era l’indulgenza plenaria solenne che il papa elargiva ogni 100 anni, oppure ogni 50, ai fedeli che si recavano a Roma a compiere particolari pratiche di pietà. Questo per i giubilei oridnari, mentre per gli straordinari, quelli indetti in circostanze particolari, ogni Papa fece come ritenne opprtuno: basta ricordare il giubileo del 1966, a conclusione del Concilio Vaticano II, o quelli del 1933-34 e nel 1983-84, indetti per ricordare il primo il 1900° anniversario, il secondo il 1950° anniversario della morte di Cristo.
Curtaz -pensavamo- ci dirà come e dove Papa Francesco abbia ancora una volta “scantonato”.
Gnaffe. Curtaz è un valdostano, in Val d’Aosta le mucche ruminano; lo fa anche lui; stavolta l’ha fatto con la “ Parabola del figliol prodigo”. E l’ha fatto a volte provocando (“il vero PRODIGO, il vero spendaccione, non il figlio minore, ma è il Padre, cioè Dio”), a volte sfoderando una dialettica formidabile, che gli permette di saltare ex abrupto su uno, due, tre temi lontanissimi dal filo del discorso e tornare ex abrupto a quel filo, che da quelle capriole esce rinforzato, sempre e comunque tirando fuori dalla profonditàdel suo spirito qualcosa si estemamente profondo e stimolnye.
E io ho chiaramente intravvisto l’accanito, diuturno lavorio interiore che c’era dietro le sue parole scoppiettanti ma profonde. Paolo era in abiti borghesi, ma avrebbe dovuto indossare la cocolla del monaco aduso a leggere ininterottamente la Parola, ma più ancora a RUMINARLA.
Recentemente, in una comunicazione ai suoi monaci, P. Lepori, Abate Generale dei Cistercensi, ha ciotato quello che scriveva nel secolo XII un altro abate, Guglielmo di Saint-Thierry nella Lettera ai Fratelli di Mont-Dieu: Diceva: Ogni giorno bisogna far scendere nel ventre della memoria qualcosa della lettura quotidiana, da digerire con fedele cura, e, rievocato, da ruminare con più assiduità; qualcosa che attenga al nostro progetto di vita, favorisca l’attenzione a Dio, ci trattenga dal disperderci in vanità.
Non solo nelle ore interminabile passate al tavolino, a leggere la Parola e a sfrugugliare i commenti biblici più acuti, ma anche alla guida della sua auto, nelle lunghissimi trasferte che affronta per portare la sua testimonianza dovunque viene invitato (l’altro ieri era a Bari, ieri a Bologna, stasera a Gubbio, domani a Vicenza), Curtaz…. RUMINA. Come hanno fatto i big della spiritualità monastica. Come deve fare chiunque teme che la Parola gli scivoli addosso, senza penetrarlo a fondo.
Ci torniamo su: la ruminazione, dai bovini in poi, è sempre un “tornarci su”. E non solo in Val d’Aosta.

AUTORE: Angelo M. Fanucci

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