Abat jour – Una parola prepotente

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Don Angelo Fanucci
Don Angelo Fanucci

“A don A’, com’è che, invece dei pesanti pistolotti che hai caricato sulle tue pallose Abat jour più recenti, non ci racconti la vita che hai fatto da 45 anni a questa parte con i disabili? E il perché”. Lo sanno anche loro, che presto racconterò tutto in un libro che è già in mano all’editore: vogliono un anticipo. Siamo in tre amici intorno a un tavolino da quattro (nella mia vita una zampa manca sempre). Al centro del tavolino una bottiglia di birra, di quelle che producono certi panciuti monaci tedeschi tra un salmo e l’altro, e una tazza di tè verde.

Alla loro proposta prima mi schermisco, svicolo, cerco scuse, poi però penso che… “Ma certo! Siamo agli sgoccioli del grande Giubileo della Misericordia, e nei miei “45 anni 45” di convivenza con soggetti deboli, la grande proposta di Papa Francesco non è che abbia trionfato, ma un bello spicchio della mia vita, grazie a Dio, se l’è preso. Lo spicchio più importante, nei miei “45 anni 45” di convivenza con disabili e assimilati. Fu nei primissimi anni ’70 che nei miei circuiti mentali cominciò a circolare con sempre maggiore insistenza, addirittura con petulanza, una parola: condivisione. Potente. Prepotente.

Quando riuscivo (troppo raramente, ahimè!) a ritagliarmi un tempo congruo per ripensare al modello di vita che avevo scelto e a colui che mi aveva accettato tra i suoi seguaci, l’Uomo di Nazareth in cui abitava Dio in persona, due domande, sempre le stesse, mi occupavano la mente: perché hai lasciato che passassero più o meno 18 secoli tra quando hai cominciato a parlare della tua venuta in mezzo a noi a quando quella venuta è accaduta realmente? E soprattutto, perché, dei brevi 33-34 anni che hai passato in mezzo a noi, i dieci undicesimi li hai impiegati a fare il falegname, o qualcosa del genere, in un villaggetto sperduto della malfamata provincia di una terra che i potenti del mondo apprezzavano come il fumo negli occhi? Oltretutto la pochezza del tuo paesino aveva sfondato il muro dei proverbi e per unanime consenso l’appartenenza a Nazareth era diventata il typos della stupidità.

“Trent’anni di nascondimento”: una specie di canonizzazione del gioco del rimpiattino. “Trent’anni di abnegazione”: ma tu eri venuto per affermarti come salvezza di tutti; a negarti ci avrebbero pensato i potenziali beneficiari della tua generosità. No, è un’altra la parola che centra il senso di quella scelta del Figlio di Dio: condivisione. Per trent’anni ha condiviso, poi per tre anni ha spiegato perché l’aveva fatto, perché vale la pena di condividere, e anzi perché la vita stessa, come il ferro nel cemento armato, è condivisione. Condivisione: una parola che all’improvviso si assolutizzò, divenne tout-court sinonimo di “vita”. Non fu la conclusione di una ragionamento. Fu l’effetto d’uno shock esperienziale.

AUTORE: Angelo M. Fanucci

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