Abat jour – Uno shock esperienziale

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Don Angelo Fanucci
Don Angelo Fanucci

“La chiesa di tutti e soprattutto la Chiesa dei poveri”: “Nella mia vita ho sempre cercato più quello che unisce che quello che divide”. Chiaro! Le barriere vanno abbattute, tutte!, per condividere con tutti tutto quanto quanto siamo e tutto quanto possediamo. Fino a quando ero Assistente Ecclesiastico del Movimento Studenti Eugubino potevo, sì, dire di ”condividere tutto” con i “miei” ragazzi. Con loro mi incontravo puntualmente quasi tutti i giorni più volte: la mattina a scuola, nel primo pomeriggio nel Bar Moderno, dalle 17,30 all’ora di cena nella sede del Movimento Studenti, la sera dopo cena a casa mia. Dei miei ragazzi condividevo tutto, ma entro quegli schemi che, per quanto fitti, finivano sempre con un “Ci vediamo domattina! Poi … Capodarco, fisicamente: Casa Papa Giovanni, ex Villa Picolomini, sotto il paesino che porta quel nome, a 200 mt dalla strada che scende da Fermo a Porto S. Giorgio. C’ero arrivato la mattina del 30 giugno 1970, in un momento assai particolare, quando nel nostro mondo giovanile studentesco più vivo era dilagato il desiderio (e la moda!) del campo di lavoro.

I “miei” pupi muovevano da una constatazione tanto ovvia quanto sottaciuta: perché mai i nostri coetanei che già lavorano godono di un mese di ferie, e noi studenti, tra vacanze (estive, natalizie, pasquali), giorni di sciopero (qualcosa contro cui scioperare la si trova sempre), feste nazionali, giornate internazionali, assemblee generali e consigli d’istituto e di classe, ne godiamo, di ferie, per più di quattro mesi? Ed era diventato à la page, in estate, partire, a gruppi, per un paio di settimane, ad aggregarsi agli Scout di Mirandola per raccogliere frutta per i bambini del Burkina Faso, o ai Soci Costruttori che rendevano abitabile per i non autosufficienti un casolare abbandonato. Poi Capodarco, fisicamente.

Un centinaio di handicappati, anche gravissimi, appoggiati al bastone, o più spesso in carrozzina, o in barella; e una ventina di normodotati che vivevano con loro,e più di 200 “campisti” volontari che sfacchinavano con loro, più che per loro. Un shock. CON: una preposizione a Capodarco aleggiava nell’aria, la si respirava, la si toccava con mano. Le piccole spie rettangolari di vetro, murate in ordine sparso sui punti critici della facciata, dicevano che la vecchia villa rischiava grosso; eppure accanto all’ingresso principale un cartello cantava: Questa è la casa di tutti, entrate pure! E non era affatto una figura retorica. Condivisione totale. Qualche tempo dopo, la sera di una delle mie tante giornate passate Capodarco, stavo per coricarmi sulla mia brandina in una stanza dove, su di un letto a due piazze, stavano sistemandosi due disabili, un distrofico e un poliomielitico: “Vi aiuto a mettervi il pigiama?” “ Grazie, facciamo da soli”. Si posizionarono (a fatica!), uno con la testa l’altro con i piedi verso la testiera del letto, e fu un gioco da ragazzi sfilarsi reciprocamente i calzoni e infilarsi il pigiama. Un’icona che fa sorridere. E fa pensare.

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