Alle urne tra le ragioni della protesta e quelle della stabilità

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di Francesco Bonini

Ci siamo, ecco finalmente le elezioni politiche. Se ne è cominciato a parlare dopo l’esito negativo del referendum costituzionale. Poi il governo Gentiloni ha espresso un equilibrio, che, grazie anche a una certa complessiva ripresa, ha riscosso un consenso trasversale. Ma ci siamo.

Con una prima incognita: quanti di noi andranno a votare. Non sembra, ma il risultato finale dipenderà molto da questo dato. Per questo i partiti hanno prima di tutto puntato a fidelizzare i propri elettori, a picchettare il loro patrimonio.

Gli ultimi giorni saranno decisivi per la partecipazione, anche perché solo ora stiamo realizzando la struttura – spesso bizzarra – dei collegi uninominali, dunque quali candidati i partiti e le coalizioni ci hanno proposto. Perché si tratta di prendere o lasciare, non essendo possibile il cosiddetto voto disgiunto.

La competizione per ottenere seggi sembra ristretta a una quadriglia: le due coalizioni di centro-destra e di centro-sinistra, il Movimento 5 stelle, e Liberi e uguali. Ma se abbiamo la pazienza, come è necessario per dovere di cittadinanza, di informarci, possiamo scoprire che in realtà la scelta è molto ampia, cosicché vi è ampia possibilità, per chi lo desiderasse, di affermazione identitaria o di protesta.

E qui sta il punto di queste elezioni per la XVIII legislatura, la risultante tra le ragioni della protesta e quelle della stabilità, i due sentimenti che ci percorrono. È qui il crinale stretto della governabilità italiana, che sembra sempre un miraggio. Non è questione di legge elettorale, come ci hanno spiegato, sbagliando, legioni di esperti e di politici. È questione di sistema: guardando tutti al breve o brevissimo termine, non si consolidano né le forze politiche né gli indirizzi programmatici: ci si ingrossa all’opposizione e poi al governo ci si sgonfia.

Dal punto di vista dei contenuti la campagna elettorale non sembra avere detto nulla di nuovo. C’è un grande problema fiscale, e dunque di lavoro e di sviluppo; ci sono i problemi legati all’immigrazione, tanto quella reale che quella “percepita”; restano i grandi temi del riassetto delle infrastrutture e di quella grande infrastruttura che è la pubblica amministrazione, compreso il sistema educativo, scolastico e universitario.

In realtà il vero punto è che l’Italia europea, ovvero l’Italia che deve assumere il proprio ruolo nell’Unione, non ha bisogno di un continuo rilancio di presunte riforme, ma ha bisogno di buon Governo responsabile e onesto, il buon governo delle cose ordinarie, il solo in grado di assicurare delle risposte serie all’oggettivo malessere in cui tanti oggi ci troviamo.

In questo senso, forse non si è sentita abbastanza in questa campagna elettorale la voce dei cattolici – non per un’affermazione identitaria, ma per ricordare a tutti il senso di un indirizzo di sviluppo complessivo del Paese.

Un discorso comunque da riprendere urgentemente dopo elezioni incerte come quelle del 4 marzo, per offrire una sicura bussola per tutti.

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