Come ‘andrebbe fatta’ la Comunione

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S pesso, durante la messa, il celebrante consacra solo l’ostia grande e prende le ostie per i fedeli dal tabernacolo. Non sarebbe più coerente, e quindi più significativo per l’azione che si celebra, consacrare anche le ostie dei fedeli nella stessa messa, usando quelle nel tabernacolo solo come riserva? Anche perché, vista l’abitudine, sarebbe lecito chiedersi… da dove vengono le ostie nel tabernacolo. Infine, ma non ultimo, Gesù prese il pane e il vino: perché non si fa la comunione sotto le due specie?

M. R. – Gubbio

Cara M. R., la ringrazio per la domanda, che però meriterebbe molto più spazio, per evitare banalizzazioni e poca esaustività. Cercherò comunque in estrema sintesi di rispondere. Per quanto riguarda la prima parte della domanda, come già lei dice, l’ optimum certamente è l’utilizzo per la comunione di ostie consacrate nella stessa celebrazione. La consuetudine di conservare le specie eucaristiche nacque per far fronte alla necessità di portare la comunione ai malati o ai morenti, come le Costituzioni apostoliche (IV sec. ca.) ci testimoniano. Va da sé che la prassi antica era quella di fare la comunione con il pane eucaristico consacrato nella celebrazione a cui si partecipava.

Lo stesso Ordinamento generale del Messale romano, al numero 85, recita: “Si desidera vivamente che i fedeli, come anche il sacerdote è tenuto a fare, ricevano il Corpo del Signore con ostie consacrate nella stessa messa”, questo affinché il se- gno rituale sottolinei la partecipazione al sacrificio che in quel momento si sta celebrando.

Per quanto riguarda invece la comunione sotto le due specie eucaristiche, il Vaticano II, al n. 55 della Sacrosanctum Concilium, raccomanda la comunione sotto le due specie nel contesto della più perfetta partecipazione alla celebrazione.

Lo stesso Concilio però, sempre al n. 55, porrà a tale pratica alcune restrizioni, provenienti da un retaggio secolare. Infatti, nei primi secoli, come lo stesso Gesù fece nell’Ultima Cena, la comunione era fatta sotto le due specie eucaristiche, ed era un’eccezione farla sotto la sola specie del pane (p.es. la comunione ai malati nelle loro abitazioni).

Nel corso dei secoli, per vari fattori – dottrinali, disciplinari e pratici – l’eccezione diventò la regola, sopratutto con lo sviluppo e l’approfondimento della dottrina della transustanziazione, per cui Cristo è presente realmente e sostanzialmente in ognuna delle specie eucaristiche; cioè, pur facendo la comunione sotto un’unica specie, ci nutriamo comunque di tutto il Cristo.

Tenuto conto delle indicazioni pastorali e disciplinari del magistero ecclesiale in merito alla comunione sotto le due specie, è chiaro che accedere al pane e al vino nella celebrazione eucaristica non è solo continuazione della prassi originaria e più antica della Chiesa, ma è anche dare la possibilità di accedere all’unico pane spezzato e all’unico sangue versato per noi, affinché i cristiani diventino un solo Corpo, rispettando così la dinamica simbolica e rituale del segno sacramentale.

 

AUTORE: Don Francesco Verzini

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