Appello ai cattolici per il dopo-referendum

Tempo di lettura: 171 secondi

REFERENDUM-COSTITUZIONALE-CMYKConfesso che, a proposito di tante e smisurate parole, non mi viene in mente niente. Io credo che la politica è altrove e che, prima o poi, dovete tornarci. Noi vi aspettiamo lì”. Mentre attorno alla riforma costituzionale divampa la polemica sul sì e sul no, torna alla mente questo monito di Mino Martinazzoli rivolto ai suoi contemporanei.

A volte è necessario tornare alle riflessioni di ieri non per nostalgia, e ancor meno per trovare un rifugio nel grande tumulto dell’oggi, ma per ripensare le ragioni dell’impegno per la Città, per il bene comune.

Lungo questo percorso si rasenta a volte il confine dell’utopia e dell’ingenuità, ma il desiderio di non consegnare il futuro nelle mani della mediocrità è più forte del timore di un confronto aspro con la stessa mediocrità.

Non ci si può sottrarre a questa prova, soprattutto quando la politica si muove in un luogo – quale è quello della Costituzione repubblicana – dove sono le radici e le ali di un popolo. In verità, oggi la politica sembra smarrirsi sulle scorciatoie degli schieramenti di partito, piuttosto che orientarsi e orientare sui sentieri del pensiero.

Una fragilità che non incoraggia, ma neppure esime dalla fatica di pensare e cercare una via nuova, senza dimenticare che la politica saprà ritrovare se stessa dopo che il cittadino avrà ritrovato se stesso rifiutando di essere ridotto a utente, consumatore, cliente.

Dovrà quindi compiere un passo culturale ed etico nella riflessione sul senso della Città e sul sentirsi chiamato a contribuire al bene comune.

La sfida a cui rispondere è allora quella di imboccare sentieri nuovi senza smarrire la direzione della storia, che conduce alla dignità della persona e della comunità. Conduce a una meta che non è mai raggiunta una volta per sempre.

Ed è qui che anche gli intellettuali e i media dal 5 dicembre sono chiamati a un supplemento di intelligenza e di responsabilità.

A questo è chiamata anche la comunità cristiana che, nonostante il ricco Magistero sociale, ha perso troppo tempo nel decidere se l’impegno sociale e l’impegno politico fossero altrettanto importanti della carità operosa.

Ha perso del tempo nel comprendere che se – come scrive Martinazzoli – è vero che “la politica non crea valori ma ha a che fare con i valori”, è altrettanto vero che “è nell’impolitico, in ciò che viene prima e che giustifica e motiva la politica, l’impresa da compiere per rassicurarci del futuro”.

Il giorno dopo il 4 dicembre non dovrà dunque essere ridotto a giorno dei vincitori e dei vinti, ma potrà essere il giorno in cui incominciare a rispondere alle preoccupazioni che Papa Francesco esprime al capitolo IV della Evangelii gaudium lamentando l’assenza della dimensione sociale nell’evangelizzazione, perché “se questa dimensione non viene debitamente esplicitata, si corre il rischio di sfigurare il significato autentico e integrale della missione evangelizzatrice”.

Il primo passo è quello del cittadino che ritrova se stesso. Quasi a ricordare, il monito salesiano del “non si può essere buoni cristiani senza essere onesti cittadini”.

Il giorno dopo il 4 dicembre potrà forse essere il giorno dell’“impolitico”, il giorno in cui questi pensieri richiamano quelli di quanti offrirono la loro vita e la loro intelligenza alla libertà e alla democrazia. Tornano le parole di Martinazzoli: “Io credo che la politica è altrove, e che prima o poi dovete tornarci. Noi vi aspettiamo lì”.

Non si intende un’attesa passiva: i pensieri e i progetti dovranno tradursi in scelte e processi da condividere con le nuove generazioni.

AUTORE: Paolo Bustaffa

LASCIA UN COMMENTO