Avremo imam con i titoli di studio

Polemiche a Umbertide per il nascente Centro islamico. In Italia il dibattito sulla formazione degli imam si sta avviando a una soluzione

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La “questione musulmana” continua a far discutere a Umbertide, e non solo per alcune traversie che hanno coinvolto l’imam (vedi articolo qui sotto) ma anche e soprattutto per il progetto per la costruzione della moschea e relativo Centro culturale islamico. L’ondata di islamofobia, o più semplicemente una conoscenza molto approssimativa delle religioni, viene cavalcata da alcuni gruppi politici e organi di “informazione” che gettano benzina sul fuoco dell’allarme terrorismo.

Resta però vero che la situazione degli imam in Italia è ancora molto fluida, senza normative chiare. Alcuni casi di predicazione integralista in moschea – si ricordi l’imam di Ponte Felcino qualche anno fa, e quello di Perugia centro nelle settimane scorse – hanno provocato non solo l’arresto e l’espulsione dei colpevoli, ma anche un senso di pericolo nell’opinione pubblica.

Di fatto, per un imam l’iter di formazione non è regolamentato in modo netto, con un percorso che dura molti anni, come per i sacerdoti cattolici. Il suo compito è essenzialmente quello di guidare le formule e i gesti corporei nel rito della preghiera, e poi commentare non la parola di Dio bensì i fatti del giorno. Per questo il suo ruolo non è tanto quello del “parroco” quanto quello del “cerimoniere” e del predicatore o magari dell’oratore politico.

Il tema è stato esaminato con attenzione nel Rapporto stilato nell’aprile 2016 dal Consiglio per i rapporti con l’islam italiano. Ne emerge che “la formazione degli imam [nel nostro Paese] passa per almeno quattro possibili ambiti diversi, non necessariamente alternativi, e anzi spesso complementari”. C’è anzitutto “l’autoformazione”, con un livello di approfondimento molto diverso da persona a persona. Oppure possono esistere – in alcuni Paesi europei ma non in Italia, per ora – “scuole o corsi di istruzione superiore organizzati da centri di formazione creati a questo scopo, spesso con finanziamenti di Fondazioni estere”. Oppure ancora, l’imam può aver seguito un iter di preparazione non nel Paese europeo in cui vive bensì in Università e altre istituzioni nei Paesi musulmani; che comunque, di solito, offrono una preparazione esclusivamente su materie religiose, non culturali né interculturali. E infine, “la formazione all’interno di corsi e istituzioni create ad hoc nei vari Paesi europei”, che è la meta a cui si vorrebbe arrivare.

È di pochi giorni fa la notizia che presso il nostro ministero degli Esteri si è tenuta una Conferenza sulla tutela delle comunità religiose. Al termine, il responsabile del Centro culturale islamico della Grande moschea di Roma, Abdellah Redouane, ha dichiarato che “siamo molto vicini alla creazione di un organismo per la formazione degli imam in Italia”. Già lo scorso febbraio era stato firmato il Patto nazionale per un islam italiano, e questo – ha aggiunto Redouane – ha posto le premesse “per un dibattito di cui c’è bisogno anche a livello territoriale, perché vuol dire apertura di moschee e formazione degli imam”.

Esattamente, a che serve una moschea?

Quando nell’anno 638 il patriarca di Gerusalemme, Sofronio, invitò il califfo Omar a pregare insieme nella basilica del Santo Sepolcro dopo la conquista araba della città, Omar disse: “No, pregherò fuori, perché altrimenti un giorno vi verrà confiscato l’edificio”. E fu provvidenziale. Per i musulmani, infatti, un luogo in cui ci si raduna per pregare diventa automaticamente sacro, come una moschea, e si può pretendere di acquisirne la proprietà. È un punto su cui a volte i vescovi o altre autorità mettono in guardia i sacerdoti che “prestano” spazi parrocchiali agli immigrati musulmani. Questa della sacralità dello spazio è una venerabile tradizione che accomuna forse tutti i popoli, perlomeno quelli antichi: si tratta solo di saperlo, e di agire con avvedutezza.

Ma la questione è ancora più complessa. Una moschea infatti non ha solo funzioni “liturgiche” (nel senso etimologico di rito pubblico). In Umbria in questi giorni è vivo il dibattito sulla costruzione del Centro culturale islamico a Umbertide. Già nel 2001, all’inizio della querelle sulle moschee in Italia, su La cività cattolica era apparso un articolo del gesuita Khalil Samir, il quale sottolineava: “La moschea è il luogo dove la comunità si raduna per esaminare tutto ciò che la riguarda: questioni sociali, culturali, politiche, come anche per pregare. Voler limitare la moschea a luogo di preghiera è fare violenza alla tradizione musulmana”. Nel giorno sacro, il venerdì, l’imam tiene ai fedeli un discorso, la khutbah, “che non è una predica – prosegue padre Samir. – Nella khutbah vengono approfondite le questioni dell’ora presente: politiche, sociali, morali, ecc.”. Il che rende le moschee un luogo ‘delicato’ perfino nei Paesi a maggioranza islamica, perché “nella storia musulmana quasi tutte le rivoluzioni e i sollevamenti popolari sono partiti dalle moschee…

In alcuni Paesi musulmani il testo della khubtah deve essere presentato prima alle autorità civili, visto che gli imam sono funzionari statali”. Un altro aspetto della questione, che infatti riaffiora regolarmente anche in Italia, Umbertide inclusa, consiste nel “chiedersi chi finanzi le moschee e i Centri islamici. È risaputo che gran parte delle moschee e dei Centri islamici in Europa sono finanziati da Governi musulmani, in particolare da quello dell’Arabia Saudita, che perciò ha il diritto di imporre i suoi imam”. E – precisa Samir – “non sono questi imam che potranno aiutare gli emigrati a inserirsi nella civiltà occidentale”. Quindi, meglio non avere moschee in casa nostra? Tutto il contrario. Bisogna semmai creare rapporti di vicinato e di prossimità, imparare a conoscersi, a stimarsi, perché – come diceva Gesù – “la bocca parla dalla pienezza del cuore”. Nessuno predicherà mai contro le persone di cui ha imparato a fidarsi. Senza fiducia reciproca, senza un tessuto sociale variegato ma solido, non basteranno le leggi a garantire quella famigerata “sicurezza” che oggi viene invocata per giustificare qualunque misura.

Il caso dell’imam di Umbertide

In questi tempi l’imam di Umbertide, Chafiq El Oqayly, si è ritrovato al centro di vicende movimentate. Forse tutte si sgonfieranno con il tempo ma, se non altro, dimostrano che il clima è teso perfino nei confronti di una comunità musulmana, quella umbertidese, composta perlopiù da marocchini, non taliban afghani. A inizio giugno una trasmissione tv aveva insinuato che la moschea di Umbertide sarebbe realizzata con soldi del Qatar, Stato con cui la stessa Arabia Saudita ha interrotto i rapporti con l’accusa (probabilmente strumentale) di terrorismo. A fine mese, l’imam è stato vittima di un’aggressione. Poi, la settimana scorsa, è finito tra gli indagati in una storia di false assunzioni e falsi licenziamenti allo scopo di ricevere sussidi dall’Inps. Il sindaco della città, Marco Locchi, tiene d’occhio questa spinosa situazione; intanto però c’è un suo collega del Pd, Marco Vinicio Guasticchi, che a più riprese si è pronunciato contro la moschea.

AUTORE: Dario Rivarossa

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