Bassetti: volevo essere prete tra la gente

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Il 7 aprile ha compiuto 75 anni di età e, come vuole la prassi ecclesiale, ha rimesso nelle mani del Papa il mandato di vescovo dell’arcidiocesi di Perugia-Città della Pieve. “Sono pronto a lasciare tutto, anche le cose più belle, perché non voglio trascurare la mia anima”. Così conclude la lettera che ha consegnato al Papa.

Nelle parole che precedono il cardinale Gualtiero Bassetti, con una immagine efficace, racconta la sua vita come quella di uno scout sempre con lo zaino pronto per andare là dove la Chiesa, lo Spirito, lo chiama. E racconta di lui, giovane campagnolo che entra in seminario con il desiderio di essere un prete di periferia che sta con la gente. Gli riesce per un paio d’anni, poi è un susseguirsi di chiamate e di ripartenze con lo zaino in spalla, che lo portano al Seminario minore e poi al Maggiore di Firenze, poi vicario generale, poi vescovo a Massa Marittima, a Arezzo e a Perugia e infine Cardinale nel cuore della Chiesa universale.

A 75 anni si presenta al Papa di nuovo con lo zaino che però vorrebbe farlo “molto più carico” perché sta per “intraprendere il sentiero che per me – dice – sarà molto importante perché è quello che mi porta all’incontro con lui, e la strada che ho davanti mi servirà per questo”. Ma quale sarà la mèta, ancora una volta, non sarà Bassetti a deciderlo, ma lo Spirito santo che guida la Chiesa. Per ora è ancora, a pieno titolo, arcivescovo di Perugia – Città della Pieve e presidente della Conferenza episcopale umbra e si prende cura del popolo che Dio gli ha affidato.

Eminenza, siamo nella Settimana santa, cosa vuol dire per lei risorgere?

“La nostra Risurrezione in Cristo è anche un fatto continuo nella nostra vita, perché noi sappiamo che i sacramenti, ma anche la Parola di Dio, hanno una forza sacramentale di trasformazione della nostra vita. Risorgere con Cristo vuol dire convertirsi, vuol dire metanoia vuol dire cambiamento di cuore e di pensiero. Certamente la vita di grazia che cerchiamo di portare avanti opera in noi tutto questo in modo che sempre meno si cerca di ascoltare la voce dell’uomo vecchio che è sempre in noi, per dare spazio al Risorto perché prenda pienamente possesso della nostra vita. Ci consola sempre la liturgia: ‘in Cristo morto noi siamo morti al peccato, e in Cristo risorto tutta la vita risorge’. Ecco perché c’è bisogno anche di celebrare la Pasqua, che tutti i giorni celebriamo nell’Eucarestia, anche in un tempo specifico, con una preparazione di 40 giorni e con 50 giorni dopo per riflettere sulla grandezza di questo mistero che avvolge completamente la nostra vita e la trasforma, perché il dono dello Spirito, il dono pasquale, da creature umane ci fa essere pienamente figli di Dio. Noi siamo realmente figli del Padre, noi siamo realmente fratelli di Gesù. Lui ci chiama ‘miei fratelli’. Siamo fratelli di Gesù, siamo suoi discepoli, quindi siamo alla sua scuola”.

Anche i vescovi e i sacerdoti?

“Questa è la vita nuova che la Pasqua porta in noi e di cui abbiamo sempre bisogno anche se tutta la nostra vita è un continuo passaggio, è un andare verso il Signore. Un sacerdote, un vescovo, ha tante occasioni, perché nella spiritualità stessa del nostro ministero è insita anche la nostra personale spiritualità. Una volta quando eravamo in seminario era un mutuare le spiritualità degli altri, benedettina, carmelitana, francescana, poi con la Presbyterorum ordinis il Concilio Vaticano II ci ha regalato questa spiritualità propria del prete diocesano che consiste in un esercizio attento e approfondito del proprio ministero”.

Cosa vuol dire?

“Quando io vado a trovare un malato lo benedico, lo faccio pregare ma prego anch’io con lui. Quando dò un sacramento in quel momento mi immergo nella preghiera più alta, una preghiera della Chiesa così grande che diventa poi intercessione su quella persona e azione di Dio. Io non sono come una tubatura che fa passare l’acqua, ma sono una persona viva che assorbe anche lo Spirito e lo Spirito che comunico lo assorbo, e questa è anche la spiritualità del prete e del vescovo molto, molto importante. Altrimenti la nostra vita potrebbe veramente essere dissociata, perché devi passare dalle cose più disparate, ma è questa preghiera pubblica, personale e comunitaria, è il dono dei sacramenti agli altri che ti immette continuamente in una corrente vitale di Grazia. Altrimenti non si potrebbe reggere”.

È questa corrente che consente, a lei come vescovo e alla Chiesa come comunità, di dare parole di speranza?

“Sì. Proprio in questi giorni parlando ai lavoratori ho detto che condividiamo la preoccupazione dei nostri terremotati nella Valnerina, i quali più che di visite e di parole hanno bisogno di una rapida soluzione dei loro problemi e di gesti concreti di speranza”.

Ma cos’è la speranza?

“La speranza è quella virtù umana che fa passare le cose dalla ‘potenza’ all’‘atto’. Per parlare in senso tomistico (secondo il pensiero di san Tommaso, ndr), possiamo dire che la speranza non è soltanto un progetto, la speranza non è soltanto un pensiero buono, ma è quell’aderenza così forte ai problemi per cui tu li risolvi. E li risolvi nella maniera giusta secondo il cuore di Dio e secondo le esigenze dei fratelli. Io la speranza cristiana l’ho capita fino in fondo in un piccolo paese della Valnerina quando ho detto ‘com’era bello il vostro paese” e un uomo m’ha preso per la mano e m’ha detto ‘no, il nostro paese è bello’. E allora ho capito: lui è dalla parte della speranza perché non si ferma a un desiderio, non si ferma a un sogno ma fa sì che il suo sogno sia come il sogno di Dio, perché Dio quando sogna opera. Quindi la speranza ti porta non soltanto a sognare, a progettare, ma ti porta ad operare”.

Possiamo quindi guardare con fiducia al futuro?

“Bisogna intanto noi credere in questa speranza, farcene testimoni e apostoli e al tempo stesso infonderla. Nella Bibbia Dio dice: ‘Io faccio nuove tutte le cose, ma non ve n’accorgete?’. Anche la lettura di stamani di Ezechiele ci diceva che Dio ha progetti di pace per il suo popolo, che gli uomini in qualche modo cercano anche di deviare. Ma il progetto di Dio è come una freccia: noi non ce n’accorgiamo ma arriva sempre a destinazione”.

Lei ha appena compiuto 75 anni. Ha visto la guerra e tante altre tragedie, fino ai giorni nostri…

“La mia è una storia dove ha sempre predominato la speranza nonostante le tragedie. Io nasco nel cuore della seconda guerra mondiale. A tre anni mi portavano a vedere i bombardamenti del mio paese dal luogo in cui eravamo sfollati e io avevo paura degli aerei e sganciavano le bombe sull’unica ferrovia dell’Italia centrale che ricongiungeva Ravenna con Firenze distruggendo tutti i paesi che erano lungo quella ferrovia. Quando mi addormento con qualche preoccupazione e ho qualche incubo sogno gli aerei che arrivano e sganciano le bombe e io piccolino che mi riparo sotto un ombrellino, perché l’ombrellino mi dava sicurezza. Poi gli anni della ricostruzione, poi abbiamo visto questa primavera della Chiesa che è stato il Concilio. Io ho avuto una fortuna grande, quella di aver avuto formatori come Turoldo, La Pira, Milani, Agresti, Bartoletti, Piovanelli eccetera. E poi i papi. Da Papa Giovanni XXIII, il papa della speranza. E la sua speranza è stata concreta perché ci ha evitato una ‘conflagrazione mondiale’ quando i missili erano su Cuba e ormai le potenze si erano schierate l’una contro l’altra. E poi l’11 ottobre del 1962 apre il Concilio e dice ‘A noi ci sembra di dover dissentire da tutti questi profeti di sventura che vedono sempre la fine del mondo’ e annuncia la visione di una Chiesa che ‘al rigore della disciplina vuole sostituire la medicina della Misericordia’. Misericordia e dialogo. E poi Paolo VI due anni dopo le contestazioni del ’68 a 400 giovani fiorentini – non si vedeva più un giovane all’udienza del Papa – dice ‘cosa diranno quelli che verranno dopo di noi? Cosa diranno gli uomini e le donne del 2050 di questa nostra epoca così travagliata?’. Pausa di silenzio, poi aggiunge: ‘a me basterebbe che dicessero: era una Chiesa alla ricerca dell’uomo e che amava l’uomo’. Poi il pontificato di Giovanni Paolo II, quest’uomo così cristocentrico che arriva e ci dice ‘fidatevi di Gesù Cristo, non abbiate paura”. Anche fisicamente infondeva un senso di forza soprannaturale, di coraggio, il coraggio della Chiesa che non ha paura di affrontare le burrasche e i vortici del mondo. E poi Benedetto, che ha il grande merito di avere, in un tempo di confusione totale e di relativismo, riaffermato l’àncora sicura della ragione: Fides et ratio, perché sempre, dal Concilio di Trento in poi, quando traballa la fede la Chiesa si appella alla ragione. Perché se naufraga la ragione, naufraga anche la fede”.

E siamo a Papa Francesco …

“Un pontificato sconvolgente ma bellissimo del Papa attuale con questa sua franchezza. Cito solo qualcuno dei suoi pensieri. Quando gli hanno chiesto qual è lo scopo della Evangeli gaudium ha detto ‘Vuole essere un pensare evangelico che implica relazione e inclusione, e non individualismo ed esclusione”. La Chiesa che è ripiegata a salvare se stessa si perde – dice il Papa – perché ‘la Chiesa è stata redenta dal sangue di Cristo, è già salva. E proprio perché è già salva deve andare incontro al mondo e portare Lumen Gentium, la luce di Cristo’. Ritroviamo in questo Papa la preoccupazione di salvare l’uomo nella sua totalità, riaffermare sempre il primato della persona. Nella Amoris laetitia, quando suggerisce quelli che possono essere i modi per risanare anche l

 

a famiglia, lui dice che i rigoristi e i lassisti, hanno un unico difetto che è quello di non cogliere la persona, di non rispettare la persona. Solo l’atteggiamento di misericordia può rispettare la persona. E l’Evangeli Gaudium? ‘Far crescere la gioia e il gusto di accogliere il Vangelo e formare una comunità che ne sia discepola’ ha detto Francesco. Questi sono i grandi doni che il Papa alla spicciolata ci fa la mattina in Santa Marta, e nei suoi documenti. Formare una comunità che si faccia discepola del Vangelo, una Chiesa abitata dalla gioia di condividere il Vangelo, sempre guardando il volto di Cristo e china sull’uomo. China sull’uomo perché la Chiesa è un ospedale da campo. Un’immagine che non è poi così nuova. Primo Mazzolari qualche tempo prima della morte aveva scritto ‘Quando tu sei stanco nel cammino e butti in terra lo zaino, perché non ce la fai più a portarlo, e ti accasci sul tuo zaino, la Chiesa è l’ambulanza che ti raccoglie’”.

 

“Interessarsi ai problemi della gente, e questo me lo ha insegnato tanto il Papa, senza una profonda dimensione spirituale non servirebbe a niente. Perché la prima cosa, prima di arrivare all’opera dell’uomo c’è la preghiera, l’offerta del sacrificio del Vescovo. Nella visita pastorale, quando mi presento alla gente dico: ma sapete che io vengo in casa vostra tutte le mattine? Sapete perché? Perché dalla mia camera vedo che le case si illuminano e io penso alle mamme che preparano la colazione per i mariti che vanno a lavorare – chi grazie a Dio ha il lavoro – per i bambini che vanno a scuola. Allora comincio a pregare per le famiglie, per la scuola, per i ragazzi, per chi lavora, per i vecchi soli, per i malati – vedo anche l’ospedale – per i carcerati… Allora ecco che il Vescovo diventa il grande sacerdote che poi quando celebra la messa porta nella patena e nel calice tutto questo travaglio umano e il travaglio dell’universo. Perché l’Eucarestia è questa presenza del Signore che non è racchiusa in un’ostia ma si irradia sul mondo intero”.

 

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