Che cosa fare per i “ragazzi difficili”

Emergenza droga a Perugia. Parla il responsabile della Pastorale giovanile e degli oratori

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Dopo l’intervista del Sindaco di Perugia su La7, non credo che ci sia un capro espiatorio da individuare, piuttosto occorre ri-iniziare a parlare insieme del problema. La piaga della droga imperversa, e ritengo che nessuno abbia una ricetta magica per calmare il malessere. Come Chiesa, il nostro intervento ha due caratteri fondamentali, che possiamo definire educativo e rieducativo. Il rieducativo prevede momenti di vita comunitaria; l’educativo invece passa spesso dalle realtà parrocchiali ed oratoriali che cercano di riempire di senso e di speranza la vita dei ragazzi. I “ragazzi difficili” Spesso negli oratori si parla di “ragazzi difficili”, intendendo quelli che provano una qualche forma di disagio nell’affrontare il cambiamento inevitabile, dato dal passaggio dalla vita infantile alla vita adulta. I ragazzi difficili sono tutti diversi e vivono il disagio ognuno in maniera diversa, perché diverse sono le loro storie familiari, diverse le situazioni sociali, diverse le manifestazioni del malessere. Premesso che tutti gli adolescenti vivono una qualche forma di disagio, e che è difficile fissarne chiaramente il profilo, cercherò comunque di delineare gli aspetti più caratteristici e i fattori di rischio. I ragazzi difficili sono adolescenti che vivono una condizione di malessere fisico e psichico, dovuta a diversi fattori che impediscono loro di vivere un normale processo di socializzazione. Di solito si sentono inadeguati e impotenti rispetto all’ambiente in cui vivono, ai contesti che frequentano e alle persone con le quali si relazionano. Hanno la sensazione di non essere in grado di adattarsi alle norme e alle convenzioni sociali e relazionali, si individuano come “diversi”, più timidi, più sensibili, più impulsivi, più arrabbiati, più delusi rispetto agli altri… e possono manifestarlo in modo plateale o nasconderlo. Queste sensazioni non nascono dal nulla, probabilmente sono il risultato della loro esperienza infantile. Quale? Crisi adolescenzialiL’adolescenza è il periodo della vita in cui si vivono normali squilibri derivanti da un’incessante ricerca della propria identità, dal non sapere ancora chi si è, e la paura di non riuscire ad essere chi si sogna. Dall’altra parte, l’adolescente deve fare i conti con i condizionamenti derivanti dalla società in cui vive, la quale oggi si caratterizza per la sua complessità e focalizzazione sull’informazione (a volte sovrabbondante e superflua), per la mancanza di punti di riferimento stabili, credibili, convincenti, per un’attenzione all’apparenza e alla produttività economica, piuttosto che all’interiorità e al benessere relazionale. Ed è normale che si possa aver paura, ci si senta smarriti, inadeguati, incapaci di affrontare le sfide. L’adolescenza in sé è un periodo difficile e le sensazioni di inadeguatezza e disadattamento sono comuni a molti ragazzi. Ma cosa differenzia un adolescente “normalmente” disagiato da un ragazzo “difficile”? Due aspetti fondamentali sono la formazione del concetto di sé e il modo in cui si affrontano le esperienze negative. Spesso uno dei fattori di rischio più rilevante che può promuovere il disagio è l’assenza di una relazione equilibrata con le figure di riferimento (soprattutto con i genitori, ma anche con gli insegnanti e gli educatori). Altre cause sono da ricondursi a fattori “endogeni”: vulnerabilità personali (difficilmente individuabili), e a fattori “esogeni”: particolare fragilità del contesto sociale, difficoltà socio-economiche, input nocivi dai mass media. Educare … insiemeSi può immaginare il ragazzo difficile che sente di non poter contare sulla famiglia come punto di riferimento in cui sentirsi protetto e stimolato; e magari individua un gruppo di “pari” in cui rifugiarsi, conformandosi quindi a certi modi di vestire, di parlare, di pensare per non rischiare di sentirsi diverso. Molte sono le spiegazioni di tipo sociologico o psicologico, ma come Chiesa e come oratori rilanciamo la sfida di educare insieme, di fare insieme passi educativi, e non solo “ospedali educativi”. L’opera educativa di Don Bosco parte dal metodo preventivo, che può ancora essere efficace, a patto che nelle nostre realtà si torni a parlare di co-educazione, una educazione mista e progettata tra i diversi soggetti (coinvolgendo in modo particolare la famiglia, spesso indifesa ed impreparata) per vivere rapporti costruttivi. C’è bisogno di figure di riferimento credenti e credibili, capaci di testimoniare con la vita la pienezza della speranza e la bellezza dell’oggi. Genitori-sentinelle …La bilancia dell’educazione deve pendere più dalla parte della formazione della persona. Bisognerebbe inventarsi delle scuole per genitori in difficoltà, e sensibilizzare i genitori stessi ad uscire dalla solitudine e dal vuoto. Molti genitori infatti non chiedono aiuto e si vergognano della difficoltà che vivono: c’è perciò bisogno di “genitori sentinelle” capaci di individuare i primi segni del problema per non dare spazio alla degenerazione del malessere esistenzale; bisogno di educatori formati, operatori parrocchiali appassionati, consultori illuminati, forze dell’ordine “declinabili” che possano operare a tutti i livelli, e non solo alla fine di un percorso ormai terminato nel vortice dello spaccio. … e amministrazioni attenteUn’Amministrazione pubblica attenta e capace di dialogo, che sia capofila di una città dai mille volti ma con un obiettivo comune: per il bene di tutti i giovani, per camminare nella vita e per appassionarsi alla speranza di un Oggi capace di Domani.

AUTORE: Don Riccardo Pascolini

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