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A Bologna si è svolto il 15° convegno nazionale di pastorale giovanile. Intervista al noto psichiatra Vittorino Andreoli

Come deve essere un “buon” educatore?


Un buon educatore deve essere fragile, avere la percezione dei propri limiti, deve sentire particolarmente il piacere di stare in contatto con le nuove generazioni, per insegnare e per imparare. La fragilità è la forza della relazione

“La cura e l’attesa” è il titolo del 15° Convegno nazionale di pastorale giovanile, organizzato dal Servizio Cei per la pastorale giovanile a Bologna dal 20 al 23 febbraio. Obiettivo della tre-giorni di lavori, cui hanno partecipaconv-pastoralegiovanile6(1)-CMYKto oltre 700 incaricati da oltre 150 diocesi italiane, è costruire il profilo e le competenze dei buoni educatori. “Come deve essere un ‘buon’ educatore?”: a questa domanda ha risposto lo psichiatra Vittorino Andreoli che ha aperto il convegno con una relazione dal tema “Quale adulto per una educazione possibile?”. Lo abbiamo intervistato.

Quali sono i requisiti per rendere possibile l’educazione?

“Il primo è far scoprire la vita e la sua bellezza. Educare non è una decorazione o insegnare le buone maniere. Vivere vuol dire sapere che cosa è la vita, il suo senso, che cosa significa, quindi, anche morire. Il concetto di educazione si lega al significato del vivere. C’è poi un altro punto su cui riflettere…”

Quale?

“Decidere chi è l’educatore. L’educatore è uno che deve continuamente essere educato. Un paradosso da risolvere. Non c’è più l’educatore professionista. L’educazione è una relazione tra due persone di generazioni diverse. Educare vuol dire continuamente educarsi, sentire che c’è interesse per l’altro, dedicarsi all’altro; in opposizione al dominio dell’egocentrismo di oggi. Questo tipo di relazione varia a seconda del ruolo. La famiglia ha un ruolo specifico: deve usare l’amore. L’amore vuol dire avere talmente tanto interesse per l’altro che non puoi fare nulla senza. Poi c’è la scuola. L’insegnante deve sentire interesse, sentirsi parte della crescita del ragazzo, e provare gratificazione nel vedere che sta imparando a vivere. Deve avere il gusto dei giovani del tempo presente e avere il gusto che i giovani possano – ecco il paradosso – insegnare. La definizione che di solito si dà oggi dell’adolescente è quella di ‘un problema costoso’. Invece è una risorsa per la mia vita”.

La Chiesa cosa deve essere in ambito educativo?

“La Chiesa ha una funzione fondamentale: aiutare a interpretare la vita. La visione che presenta la Chiesa deve avere due dimensioni. La prima è scoprire il Sacro. La sacralità è qualcosa che abbiamo tutti dentro perché si lega al mistero, alla morte, al dolore. La seconda è quella del Religioso, che è la risposta al bisogno del Sacro. Guardiamo a Gesù di Nazareth e al suo esempio. Il suo comportamento era coerente con il Padre e con la visione del Cielo. Papa Francesco parla di Chiesa in uscita, di prossimità, di intessere reti e relazioni, di costruire ponti. Il Pontefice è un buon imitatore di Gesù”.

Come i giovani, anche gli adulti sono in crisi, non in grado di educare, di insegnare a vivere…

“La crisi è un contenuto dell’educazione. Gli adulti sono da educare. Per educare, allora, bisogna essere fuori dalla crisi? Nemmeno per sogno. Non pretendiamo adulti senza crisi, ma adulti anche in crisi che sappiano, nonostante ciò, trasmettere princìpi fondamentali che sono quelli della vita su questa terra. Non si può pensare di avere oggi una generazione di adulti solida come quelle del passato. Un uomo che è in crisi sbaglia, ma anche l’errore può servire. È la concezione del peccato: un uomo che ha peccato non è da buttare via, perché il Signore lo va a cercare. La via di uscita è l’umanesimo della fragilità”.

Vale a dire?

“La fragilità è la caratteristica della condizione umana di avere desideri che non si realizzano, di porsi domande cui non si danno risposte. Non siamo deboli, ma fragili, e fragile vuol dire aver bisogno dell’altro. Si differenzia dal potente che invece ha bisogno dell’altro per sottometterlo. Il fragile ha bisogno dell’altro perché la sua fragilità, unita a quella dell’altro, dona forza per vivere. Ecco l’umanesimo della fragilità: guai al superbo che pensa di potere tutto! L’educazione deve inserirsi all’interno dell’umanesimo della fragilità. La fragilità capovolge la visione del mondo. La Chiesa insegni la vita secondo la visione di quel Gesù di Nazareth che è di grandissima attualità”.

Un buon educatore, quindi, deve essere fragile?

“Un buon educatore deve essere fragile, avere la percezione dei propri limiti, deve sentire particolarmente il piacere di stare in contatto con le nuove generazioni, per insegnare e per imparare. La fragilità è la forza della relazione”.

 

Daniele Rocchi


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