C’è Commedia e Commedia

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di Angelo M. Fanucci

L’idea m’è venuta all’immediata vigilia della partenza per il mare con i miei ragazzi. Certamente a Cesenatico di tempo da riempire ce ne sarà molto, visto che le protesi inferiori di mia dotazione sono oggetto di particolari attenzioni da parte di sua maestà il diabete, e non vogliono sentirne di entrare in acqua… Allora? Allora l’idea: visto che da qualche tempo mi diletto a piluccare quei brani della Divina Commedia che a suo tempo hanno deliziato me e i ragazzi del mio liceo, perché non prendere visione di quell’altra “Commedia” della quale ho sempre sentito parlare senza prenderne contezza alcuna: la Comédie humaine con la quale Honoré de Balzac ha voluto cogliere l’anima profonda del suo tempo, come aveva fatto Dante con il suo.

Il libraio di Cesenatico prima mi ha sconfortato (“Se lei vuol leggere tutta la Comedie humaine deve dedicarci i prossimi tre anni di vita, almeno due ore al giorno. Pensi che, in tutto, l’infaticabile Honoré le ha dedicato ben 137 opere, tra romanzi realistici, racconti vari, saggi, studi, novelle. Il totale dei personaggi? 2.239!”), poi mi ha confortato: “Ma per farsi un’idea sostanzialmente esatta e completa di quel grandioso affresco basta che legga Splendori e miserie delle cortigiane e magari, perché no, anche Eugenia Grandet”.

Bene, 45 euro e al… lavoro! Perché di un lavoro si è trattato, più che di una lettura.

Sotto l’ombrellone, in faccia all’Adriatico, levando ogni tanto lo sguardo, casomai si vedesse la costa di quel mondo del “socialismo reale” che con Tito, Stalin, Mao s’è inventato la più grande bugia della storia. Un lavoro, una fatica: la fatica che mi squassa quando m’imbatto in una cosa o in una persona che non ha né capo né coda. E la Comédie di Balzac non ha né capo né coda.

Dante chiamò la sua opera “Commedia” (e presto Boccaccio per primo le avrebbe affibbiato l’aggettivo giusto: “divina”) perché comincia male e finisce bene. Dentro quest’arco valoriale vivono e muoiono, gridano e tacciono, predicano e maledicono una serie di personaggi ognuno dei quali ha una sua spina dorsale.

Ognuno di loro è quello che è, fino in fondo, e non potrebbe essere altro, e al tempo stesso incarna una o più significati che l’autore dà alla vita.

Nella Comédie di Balzac niente di tutto questo. I suoi personaggi sono fatui, intercambiabili, vivono perché sembra che non abbiano altro da fare. Potrebbero essere stati partoriti dalla fantasia di un genio o da quella di un bambino. Che tristezza!

Eugenia Grandet non l’ho nemmeno aperto. Splendori e miserie delle cortigiane, appena ho potuto, l’ho regalato.

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