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Gesù ci invita a desiderare i beni con un certo equilibrio, perché il tesoro più prezioso che possiamo conquistare è il regno di Dio

Commento alla Parola della domenica. Il nostro Dio è provvidenza


In Dio è la mia salvezza e la mia gloria, afferma il salmista e ognuno di noi ha sperimentato ciò nella vita grazie alla confidenza piena in Dio. Ed è quanto quest’ultima Domenica del Tempo ordinario (nell’imminenza dell’inizio del Tempo quaresimale), la Liturgia ci propone donandoci un incoraggiante e qualificante messaggio per la nostra vita: Dio èAltareBibbia provvidenza.

Il brano che ci trasmette questo insegnamento è introdotto dal monito che dichiara l’impossibilità di servire Dio e mammona, intendendo con mammona (dall’aramaico mâm?nâ, derivante dalla radice ’aman che vuol dire ‘fare affidamento, avere fiducia’) tutti quei beni nei quali l’uomo è tentato di riporre la sua fiducia, la sua sicurezza. Ecco perciò che il Vangelo ci pone di fronte ad una scelta: chi vuoi servire nella tua vita?

Anche Francesco d’Assisi si sentì rivolta la domanda: “Chi vuoi servire? Il servo o il Padrone?”. Rispose: “Il Padrone” (FF. 587). Se anche noi rispondiamo di voler servire il Signore, prepariamoci ad un cambiamento radicale dello stile di vita. Come? Ce lo indica il resto del brano evangelico. In soli 10 versetti, ben 6 volte ricorre il verbo “preoccuparsi” (merimnao), intendendo “vivere con angoscia il domani”. Un detto rabbinico afferma: “Chi ha a sufficienza da mangiare per oggi e dice: che cosa mangerò domani? Ecco uno di poca fede” (MekEs 16,4).

Questo è in linea con tutta la tradizione giudaica la quale ritiene che a quanti consultano e osservano la Parola, automaticamente “Dio provvederà il necessario” (MekEs 16,32). La pagina evangelica non è tuttavia un invito a non lavorare! Gesù non dice di non impegnarsi, ma di ‘non preoccuparsi, di non affannarsi’, di avere cioè la libertà interiore. San Girolamo a proposito riteneva che “il lavoro è da fare, la preoccupazione da levare”.

Come oggi, anche allora certamente i destinatari dell’insegnamento di Gesù, avranno avuto problemi economici, si saranno posti gli interrogativi circa il futuro dei propri figli, avranno vissuto momenti di desolazione magari perché la siccità o la carestia non permettevano un buon raccolto. Perciò Gesù, per tranquillizzare i suoi ascoltatori, propone delle immagini della natura (… la sua tenerezza si espande su tutte le sue creature, Sal 145,9): gli uccelli, l’età (o statura), i gigli e l’erba. Attraverso lo sguardo all’ambiente circostante, l’uomo si accorge che Dio provvede a degli esseri tra i più piccoli della terra: gli uccelli. Se provvede a loro (la cui vita è di breve durata) non dovrà provvedere maggiormente per gli esseri umani che, seppur limitati nel tempo e nella statura (elikia significa sia età che statura), valgono comunque di più? Non a caso Gesù seguita proponendo l’immagine dei gigli che sono sinonimo di prosperità per Israele (Os 14,6), di onore per il sacerdote (Sir 50,8), di fascino per lo sposo del Cantico dei Cantici (2,1.16; 4,5; 6,2) e che appaiono più belli di Salomone, della cui bellezza e ricchezza risuonano le pagine bibliche (2Cr 9,17-19; 1Re 10,4-29).

A tutta questa sontuosità viene subito contrapposta l’immagine che più di tutti trasmette l’idea dell’effimero e della precarietà: l’erba (Sal 37,2; 103,15). Ma se Dio ha cura anche di ciò che è fugace (se Dio veste così l’erba del campo), cosa ha da temere l’uomo? Con queste immagini Gesù ci fa sapere che i beni di cui abbiamo bisogno, è Lui stesso che desidera che noi li abbiamo e sono quelli che appagano le quattro priorità di ogni essere umano: vivere, mangiare, bere e coprirsi. Allora Gesù ci dà tre indicazioni precise: dominare l’ansia osservando il Creato (la psicologia direbbe di controllare le emozioni), vivere bene l’oggi e cercare anzitutto il Regno di Dio. Ci invita cioè a desiderare i beni con un certo equilibrio, perché il tesoro più prezioso che possiamo conquistare è il Regno di Dio. Gesù mette in guardia perché il nostro cuore non riponga la sua fiducia in cose che passano, ma nel suo Regno che solo non delude (cercate piuttosto il Regno di Dio).

Domandiamoci allora: come è il nostro rapporto con i beni di questo mondo? È Dio il nostro vero tesoro? Di fronte all’imperversare dei problemi lavorativi (per l’Umbria aggravati dai recenti eventi sismici), ci sentiamo angosciati e dimenticati da Dio? Se ci dovesse capitare, la Parola ci viene in aiuto: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15). Gesù si esprime con la massima chiarezza: a chi possiede molti beni non dice che la ricchezza è negativa, ma che in essa non deve riporre il suo punto di riferimento (Beato il ricco, che si trova senza macchia e che non corre dietro all’oro, Sir 31,8).

A chi vive nella precarietà, non dice di non darsi da fare, ma di farlo riponendo la sua fiducia in Dio. Anche perché, che senso ha avere ricchezze o affannarsi pensando di conquistarle se poi si perde il Bene sommo che è l’amore di Dio? Certamente è complicato avere beni e non lasciarsi coinvolgere da essi o essere nella precarietà e non sentirsi lacerare il cuore dall’angoscia. Occorre quindi entrare nella logica della confidenza in Dio. “La fede è un affidarsi a Dio che vince l’angoscia: non è un bagaglio di nozioni che esige un faticoso indottrinamento, è il bene più grande e liberante per l’uomo” (C. M. Martini, Qualcosa in cui credere). Dio sa cosa giova alla nostra vera felicità: “Confida in lui, o popolo, in ogni tempo; davanti a lui aprite il vostro cuore” (Sal 61).

 

Giuseppina Bruscolotti


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