Con generosità pura

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“Davanti a me tu prepari una mensa”, afferma il Salmista presentandoci l’idea di Dio che si prende cura di noi come un familiare che si affaccenda nel prepararci la tavola imbandita di cibi.

Questa scena sembra tuttavia rovesciarsi quando nella pagina del Vangelo di questa domenica della solennità di Gesù Cristo Re dell’universo apprendiamo che è l’uomo a doversi prodigare per provvedere ai bisogni primari di coloro che sono in necessità e nel fare ciò soddisfa di fatto Gesù stesso. È l’ultima domenica dell’anno liturgico e il messaggio ci arriva dall’ascolto dell’ultimo discorso di Gesù prima del suo avvio alla passione, morte e risurrezione. Apparentemente la parola ‘fine’ sembra farla da padrona, ma in realtà non è presente tra le righe della Parola che ascoltiamo questa domenica.

All’inizio si parla di una vera e propria manifestazione della regalità divina: il “Figlio dell’uomo”, la “gloria”, gli “angeli” e il “trono” su cui siede, stessa immagine che proporrà Gesù a Caifa (descritta nel capitolo successivo) per rivelargli la sua vera identità (“Vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo”). È la scena ‘anticipata’ dal profeta Daniele, ma anche dalla letteratura apocrifa (1 Enoch 52,5) dove il Figlio dell’uomo è anche ‘giudice’ degli uomini. Dopo l’introduzione gloriosa c’è infatti la convocazione delle ‘nazioni’ (ethne), sostantivo che Matteo usa sempre per indicare i non Israeliti, cioè coloro che, pur non avendo conosciuto la Torah, sono tuttavia atti a compiere le opere della giustizia. E quanti compiono tali opere sono collocati dal Re-Pastore “alla sua destra”. Come era nella cultura degli egizi e degli arabi, anche in quella del popolo dell’ AT la destra era considerata la posizione più prestigiosa (“alla destra del re”, “la mano destra di Dio”…), e in questo caso la occupano quelli che provvedono a sostenere i bisognosi. Ma l’esaltazione di coloro che si dimostrano solidali con i diseredati potrebbe stupirci perché in effetti la società giudaica aveva già un’organizzazione tale da provvedere alle necessità delle categorie deboli che erano rappresentate dagli orfani, dalle vedove e dagli immigrati.

Ciò avveniva comunitariamente grazie ai ‘residui’ della vendemmia, della bacchiatura e della mietitura nonché dal pagamento delle decime. Quindi l’attenzione per i meno abbienti era già contemplata. Ma in tale insegnamento Gesù allarga la prospettiva, intanto perché non si rivolge solo ai fedeli provenienti dal giudaismo o ai cristiani nascenti, ma alle ‘nazioni’, cioè a tutta l’umanità, e inoltre Gesù potenzia il concetto di ‘categorie deboli’ presentandone un elenco dettagliato: affamati, assetati, immigrati, nudi, malati e prigionieri. E allora approfondiamo il motivo per cui Gesù si identifica con queste categorie. Utilizzando il metodo dei Padri della Chiesa, ricorriamo ad altri brani biblici per poter aver luce su quelli di interesse e il rimando è certamente all’episodio in cui Abramo accoglie i tre misteriosi ospiti (Gen 18) alle querce di Mamre. Lì Abramo provvede con una speciale generosità a dar da mangiare e da bere, a lavare loro i piedi, a farli riposare al fresco dell’ombra di un albero liberandoli così dalla pesantezza dell’ora più calda del giorno e rinfrancandoli dalla stanchezza del viaggio. Inoltre Abramo riconosce in essi la presenza del Signore perché corre loro incontro, si prostra innanzi e professa la sua fede “mio Signore”. Nei loro riguardi Abramo ha dimostrato la solidarietà che Gesù chiede di elargire ai “piccoli”. Ricordiamoci che tale insegnamento Gesù lo propone dopo aver esposto le parabole sulla vigilanza operosa e qui arriva all’apice additando un modo concreto su come vigilare proficuamente: vedere nell’altro Cristo stesso. Ma attenzione, ciò avviene di conseguenza. Non viene detto “poiché nell’altro vedete me, allora siate solidali”, ma “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Così comprendiamo perché Gesù parla di “nazioni”: tutti, anche coloro che non conoscono la Torah e Cristo, sono “convocati” per essere valutati sul grado dell’amore dimostrato. È vero che san Paolo riprende il tema della ‘convocazione’ informando su chi ha in merito la ‘priorità’ e riferisce che sarà giudicato il “giudeo in primo luogo e il greco” (Rm 2,9-10) e che l’ Apocalisse presenta la schiera degli eletti rappresentata prima da “ogni tribù dei figli d’Israele” e “dopo ciò… una grande folla, che nessuno può contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua” (Ap 7,4.9). Ma se c’è una ‘priorità’, è quella di una maggiore responsabilità circa l’amore da dimostrare proprio perché seguaci di Cristo e della sua Parola. Ricorrendo ancora alla Scrittura, già troviamo l’invito alla purezza di intenti nella solidarietà perché è detto: “Ho tolto dalla mia casa ciò che era consacrato e l’ho dato al levita, all’immigrato, all’orfano e alla vedova”, ossia la generosità deve essere perfetta, pura, non solo quando si offre al Signore, ma anche quando è elargita ai bisognosi. Gesù ci lascia l’eredità che è l’amore per i “piccoli”, e allora non perdiamo l’occasione di individuare i “piccoli” che ci riguardano, e di amarli servendoli, certi che è il modo più idoneo per amare Lui.

PRIMA LETTURA
Dal libro di Ezechiele 34, 11-12. 15-17

SALMO RESPONSORIALE
Salmo 22

SECONDA LETTURA
Dalla I lettera ai Corinzi 15, 20-26. 28

VANGELO
Dal Vangelo di Matteo 25, 31-46

 

AUTORE: Giuseppina Bruscolotti

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