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Accordo di Parigi: il primo passo di una grande sfida al cambiamento climatico

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Nella serata di sabato 12 dicembre a Parigi è stato approvato il testo di un accordo “storico”, come lo hanno definito in molti, per limitare il cambiamento climatico. Un risultato per nulla scontato sino alle ultime ore della Conferenza delle Parti in cui da 21 anni, sotto l’egida delle Nazioni Unite, a fronte dei richiami sempre più pressanti degli scienziati, si sta cercando di giungere a un patto globale per limitare la febbre del Pianeta.

L’accordo di Parigi stabilisce l’obiettivo di mantenere l’aumento di temperatura media globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli pre-industriali, con l’impegno a portare avanti sforzi per limitare l’aumento di temperatura a 1.5 °C, raccomandazione corale degli scienziati dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change). Ciò potrà essere conseguito attraverso un drastico taglio delle emissioni di gas serra (tra cui la CO2 ma anche il black carbon, lo smog e gli inquinanti a vita breve) che sarà monitorato con un meccanismo di controllo quinquennale. L’accordo stabilisce anche lo stanziamento di un fondo di 100 miliardi l’anno per decarbonizzare l’economia e attivare meccanismi internazionali per l’adattamento e lo sviluppo sostenibile nei paesi più vulnerabili e più poveri.

Si tratta certamente del primo passo di un cammino lungo e per nulla semplice: tuttavia l’accordo di Parigi assume una portata storica nella lotta al cambiamento climatico, emblema della crisi ambientale globale e locale, in quanto è ad oggi l’unico testo “universale” sul clima, approvato da 195 Paesi, che, pur partendo da posizioni differenti in termini di impronta ecologica e responsabilità storiche sull’effetto serra, e pur subendo diverse conseguenze dal cambiamento climatico, hanno deciso di siglare una patto comune per cambiare rotta rispetto a quella che guida l’attuale modello di sviluppo, a ragione definita “suicidio” da Papa Francesco.

La pressione esercitata dall’opinione pubblica e dai leader religiosi ha giocato un ruolo importante nelle conquiste dell’accordo di Parigi, in cui si menziona il concetto di giustizia climatica e si dà un segnale forte verso l’affrancamento dalle fonti fossili mediante e nuovi e più equi modelli di sviluppo.

L’accordo di Parigi per la prima volta sancisce inequivocabilmente il legame tra cambiamento climatico, conseguenza di uso indiscriminato di risorse, e povertà, correlandone così anche la soluzione, che passa attraverso il riconoscimento della causa primaria della attuale crisi ambientale e umana: l’inequità planetaria1.

Ovviamente c’è ancora molto da fare, e l’accordo di Parigi è sotto alcuni aspetti debole e incompleto: sancisce che i Paesi debbano periodicamente fare il punto circa l’implementazione degli impegni ma il primo “Global Stocktake” è fissato per il lontano 2023; in merito al “fondo verde” che i Paesi ricchi dovranno mettere a disposizione di quelli in via di sviluppo, non ci sono indicazioni attuative nè procedure operative; non ci sono sanzioni economiche per i Paesi che non dovessero rispettare gli impegni presi. A tal riguardo, un ruolo fondamentale sarà però svolto dalla società civile, dalle associazioni e ONG che da anni si impegnano contro la crisi ambientale, dai cittadini. Sarà compito della “cittadinanza ecologica”2 mettere i Governi di fronte agli impegni sottoscritti a Parigi di fronte al mondo e chiederne conto: qualunque politica non potrebbe reggere la spinta travolgente di una consapevolezza ecologica sempre più diffusa, soprattutto tra le giovani generazioni.

Si fa riferimento ai diritti umani solo nelle premesse, così come non compare il concetto di clima come “bene comune”, benchè nel preambolo siano stati mantenuti i riferimenti al diritto alla salute, alle comunità locali, ai migranti, ai bambini, alle donne, al diritto allo sviluppo e all’equità intergenerazionale. Non vi sono espliciti riferimenti alle responsabilità storiche e al debito ecologico che i Paesi artefici in maggiore misura della crisi climatica dovrebbero pagare alle nazioni meno responsabili.

Per quanto riguarda le attività di cooperazione per l’adattamento e la mitigazione dei cambiamenti climatici, l’accordo di Parigi punta sui meccanismi di trasferimento tecnologico e di capacity building (processo di sviluppo sostenibile dall’interno che può essere potenziato o accelerato da apporti esterni in grado di favorire il rafforzamento delle potenzialità attraverso l’utilizzo di capacità già esistenti). E’ stato esplicitato l’obiettivo ambizioso di raggiungere la “neutralità” delle emissioni, ovvero emissioni di gas effetto serra nette pari a zero, nella seconda metà del secolo.

L’accordo di Parigi è una “legge quadro” di portata storica per ambizione, obiettivi, coralità: ora ciascuno (governi, istituzioni, ma anche associazioni e cittadini) è chiamato a scriverne i “decreti attuativi”.

AUTORE: Stefania Proietti Associate Professor of Energy Systems, Department of Sustainability Engineering, Guglielmo Marconi University Capacity Building Coordinator SHARE - a project of EvK2CNR www.evk2cnr.org Vicedirettore della Commissione per la Pastorale Sociale e il Lavoro della Diocesi di Assisi Nocera Umbra e Gualdo Tadino Componente del Gruppo di studio sulla Custodia del Creato della CEI Delegata dalla CEI come responsabile per i temi ambientali presso il Consiglio delle Conferenze dei Vescovi d'Europa (Consilium Conferentiarum Episcoporum Europae, CCEE). VicePresidente della Fondazione Sorella Natura (Assisi)

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