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ARTE. La mostra del Sassoferrato alla basilica di San Pietro a Perugia

“Copiava” ma con genialità


Con la mostra “Sassoferrato: dal Louvre a San Pietro. La collezione riunita” la Fondazione per l’istruzione agraria di Perugia ha aperto un nuovo corso nella promozione del complesso monastico di San Pietro a Perugia. La mostra – fino al 1° ottobre nella galleria “TesorMostra-Sassoferrato-2017i d’arte” presso il complesso abbaziale, di proprietà della Fondazione – sta già avendo ottimi consensi, e si propone di dare una nuova lettura delle opere di Giovan Battista Salvi detto il Sassoferrato, che per la basilica realizzò ben 17 opere: una è la famosa Immacolata Concezione oggi conservata al Louvre.

A curare la mostra, insieme a Vittorio Sgarbi, Cristina Galassi, docente di Critica d’arte all’Università di Perugia, nonché presidente del Cams (Centro d’ateneo per i musei scientifici). “Questo nuovo corso – spiega Galassi – si deve al presidente della Fondazione, Franco Moriconi, rettore dell’Università di Perugia, in collaborazione con i Benedettini della basilica. È un patrimonio che rappresenta il secondo polo museale dell’Umbria per ricchezza di opere d’arte. L’intento è attirare i turisti fuori del centro storico e farli arrivare fino a San Pietro, dove sono custodite 1.184 opere, tra pitture, sculture e incisioni, dal XIII secolo al ’900, di autori importanti quali Perugino, Vassillachi, Cerrini, Alfani, Giovanni Teutonico, Spadarino, quest’ultimo seguace strettissimo del Caravaggio. Senza dimenticare il valore della basilica, con i suoi tre chiostri, un bellissimo corridoio trecentesco, l’orto medievale e le proprietà agrarie presso la rocca di Casalina e di Sant’Apollinare”.

Quali furono i periodi più prolifici dal punto di vista artistico per la basilica?

“C’è stata una certa continuità nella committenza artistica da parte dei monaci. Ovviamente è molto forte la fase rinascimentale, quando intervengono maestranze da Settignano con un’architettura che si rifà al linguaggio brunelleschiano, o il periodo della committenza al Perugino con il polittico per l’altare. Oppure gli anni ’80 del ’500, quando la basilica venne decorata da maestranze ispirate al Barocci, che ha lasciato la Deposizione dalla croce nel duomo di Perugia. Nel ’600 ci sono i dipinti del Cellini. E poi l’arrivo del Sassoferrato”.

Parliamo allora della mostra.

“La mostra propone non solo opere di Sassoferrato, anche se la sua produzione rappresenta il nucleo principale, tra l’altro con la presenza di due capolavori provenienti dalla Fondazione Cavallini-Sgarbi: una Madonna orante e una Santa Caterina da Siena con Gesù Bambino, che Sgarbi acquistò dal museo di Cleveland nel 2011. Il Salvi aveva una certa predilezione per questi soggetti, tanto da essere definito ‘il pittore delle Madonne’, ma l’esposizione dimostra che i suoi temi spaziavano anche su altri fronti. Le 40 opere in mostra propongono una rilettura del linguaggio artistico del Salvi, dando la possibilità di confrontare il suo stile con i modelli che lo ispirarono quali Perugino, Raffaello, lo Spagna, il Tintoretto, di cui la mostra propone alcune bellissime opere. Per esempio, la Maddalena penitente del Tintoretto, proveniente dai Musei Capitolini, spunto per un analogo soggetto realizzato dal Sassoferrato, certamente molto più introspettivo, devozionale, perché dedicato alla camera dell’abate”.

Salvi viene ricordato anche come grande copista.

“Sì, è vero, ma nell’arte non ha un valore negativo, perché significava trasmettere la conoscenza dell’arte dei maestri agli allievi. Il Salvi poi sapeva reinterpretare i suoi modelli in modo originale, aggiungendo una sua particolarità tecnica che lo faceva distinguere, con colori bellissimi come il famoso blu lapislazzulo che ritroviamo nell’Immacolata del Louvre o nella veste di Giuditta di Oloferne, quella in copertina del catalogo”.

Come si spiega la sua presenza a Perugia?

“È molto probabile che nei suoi continui viaggi verso Roma, dalle Marche, passasse a Perugia dove aveva ricevuto importanti commesse dall’abate di San Pietro, Leone Pavoni (tra il 1632-37 e il 1642-44), originario di Todi, uomo molto colto. Il tramite fu probabilmente Torquato Perotti, cameriere di Urbano VIII, che fu vescovo di Amelia negli stessi anni dell’abate Leoni”.

Manuela Acito


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