Dai laici alla formazione dei preti, i temi dell’intervista al vescovo Paolucci

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Una mezz’ora di attesa al Seminario diocesano di Gubbio. I preti della diocesi c’erano tutti, al ritiro al quale ha partecipato anche il nuovo vescovo Luciano Paolucci Bedini insieme al vescovo, ora emerito, mons. Mario Ceccobelli. Nel primo pomeriggio se ne sono andati quasi tutti, e don Luciano sta definendo con don Mirco Orsini i dettagli del 3 dicembre. Dopo una mattinata intensa e un pomeriggio che si presenta altrettanto intenso, “don” Luciano si presenta sorridente, accogliente, sereno. Accoglienza – ci dirà – è quello che ha ricevuto da preti e laici fin dal giorno dell’annuncio della nomina a vescovo di Gubbio.

Mons. Paolucci, si può dire che ormai conosce la diocesi. Come si trova in questa che è la più piccola diocesi umbra?
“Quando il Papa mi ha chiesto di diventare vescovo di Gubbio, sapevo della bellezza della città medievale, che avevo visitato qualche volta, del fatto che era piccola, anche, e che era ricca di una tradizione religiosa legata non solo a sant’Ubaldo e a san Francesco, ma anche di un pullulare di esperienze religiose intorno alla città di Gubbio, come del resto in tutta l’Umbria. Parlo delle comunità religiose, sia monastiche che di vita attiva, delle abbazie, come Fonte Avellana che per le Marche è ancora un faro e che è stata in diocesi di Gubbio”.

Come è stato il primo incontro con i suoi nuovi fedeli?
“Quello che mi ha colpito fin dall’inizio è stata la grande accoglienza che ho ricevuto, fin dal giorno dell’annuncio della nomina, quando il vescovo Mario con altri è venuto a trovarmi nel Seminario di Ancona dove stavo. E anche oggi che ho incontrato tutti i sacerdoti, ho visto questa semplicità di relazione, questa immediatezza. Da molti mi sono sentito incoraggiato, ringraziato anche per la disponibilità che ho dato al Papa, e sicuramente questo mi ha aiutato molto a consolare un po’ i miei timori e ad aprire un canale di fiducia immediato con il popolo di questa terra”.

Un vescovo sottolineò che per fare un prete ci vogliono anni di Seminario, mentre per fare un vescovo si fa un corso di una settimana, e neppure sulle cose essenziali. Conferma?
“Sì, anche se dicono che da quando c’è Papa Francesco il corso è più ricco e molto più concreto. Però è vero. Essendo stato rettore di Se- minario, a maggior ragione capisco e sento quanto la formazione sia un elemento fondamentale. In tutti i passaggi del mio ministero come prete ho sentito il bisogno di formarmi, o di continuare a formarmi. Mi impegno a studiare anche arrivando a Gubbio, perché sui doveri e le responsabilità di un vescovo ci sono molti documenti e dovrò davvero studiarli”.

Papa Francesco parla molto di Chiesa popolo di Dio e sinodalità. Da vescovo che inizia il suo percorso, come immagina il cambiamento – iniziato con il Concilio vaticano II – di valorizzazione dei laici?
“Conosco tutta la difficoltà che ha incontrato in questi anni, almeno gli ultimi trenta, quella famosa promozione dei laici che era stabilita dal Concilio. E forse ha ricevuto anche un contraccolpo all’indietro, perché non si vedono più le belle figure di laicato preparato, pronto, aperto a lavorare anche nel sociale. Molte esperienze ecclesiali ci hanno aperto i canali della spiritualità, ma ci hanno richiusi, come comunità, rispetto al mondo. Quello che però vedo come molto consolante, per cui penso ci sia una grande possibilità di impegno e di lavoro assiduo e proficuo, è che la promessa e l’ideale del Vaticano II quanto alla Chiesa popolo di Dio, alla Chiesa in cui tutti sono figli e tutti collaborano, è ancora davanti a noi, e ci chiama continuamente. Forse tanti aspetti della crisi della Chiesa: penso alle vocazioni ma anche a realtà come la famiglia… in fondo, tutto nasce da questa debolezza, di una Chiesa che da un punto di vista ha portato avanti l’essenziale, ma dall’altro non ha saputo affrontare le sfide della modernità fino a trovare strade nuove. È chiaro che di questa maturazione il laicato è strategico. Mi chiedo però se in questo momento non abbiamo bisogno di riprendere in mano l’esperienza di popolo di Dio in modo che non crescano ‘solo’ i laici… come se non avessero bisogno di crescere anche i vescovi e i preti. Vivendo nel mondo della formazione, mi sto convincendo di questo: che è finito il tempo in cui i laici si formano da soli, mentre i preti si formano prima e vivono ‘di rendita’ per tutta la vita. Oggi bisogna pensare una stagione nuova in cui tutti ci formiamo insieme”.

Da tanto si parla di Chiesa missionaria…
“Il laicato sta dentro la storia, dentro il mondo, in maniera concreta, laddove ormai, da un certo punto di vista grazie a Dio, ormai i preti non arrivano più. Penso che i protagonisti dell’evangelizzazione siano i laici, non i preti, perché il primo anuncio oggi si fa al supermercato, al lavoro, al campo di calcio… I preti continueranno a fare il loro mestiere, cioè guidare le comunità, ma il primo annuncio della nuova evangelizzazione non la faranno i preti”.

Bisogna ripensare anche la formazione dei preti in questa prospettiva?
“Se ne parla da molto tempo, e spero che Papa Francesco arrivi a parlare anche dei Seminari, perché ci sono questioni che sono già sul tavolo. I Seminari nella maggior parte dei casi stanno già lavorando per rinnovare la formazione per quanto possibile, anche inserendo elementi nuovi come tutto il discorso del femminile o delle famiglie. Al Seminario di Ancona da dieci anni ho coinvolto anche le famiglie nel discernimento vocazionale, e ho invitato i seminaristi ad avere una famiglia tutor : scelte pionieristiche che forse oggi la Amoris laetitia ‘sdogana’. Quelli che accettano di avere una famiglia tutor fanno un’esperienza formativa decisamente importante, perché vai in una casa dove hai amici più grandi di te, che vivono la fede come te – perché non sei l’unico che vive la fede! – ma hanno i bambini, lavorano, e alla sera quando ti invitano sono stanchi. Questo ti cambia”.

Basterà questo?
“Un’altra cosa che salverà il futuro della Chiesa in questo senso è che, accanto alla novità nella formazione, ci sia un discernimento chiaro, netto, perché – come diceva Papa Francesco – se uno ha difficoltà a stare con i compagni di classe, se ne torni a casa: un prete che non ha capacità relazionali fa del male”.

Lei è già stato in Conferenza episcopale umbra, nella riunione dell’ottobre scorso, e le sono già stati assegnati dei settori da seguire: il Seminario e la catechesi. La dimensione regionale è molto sentita tra i laici e anche tra i preti delle diocesi umbre, per una lunga storia di collaborazione tra le diocesi che è passata dal Seminario regionale ma anche da progetti pastorali comuni da cui, per esempio, nel 1953 nacque questo settimanale interdiocesano. Lei come vede questa collaborazione regionale?
“Ho trovato un clima di apertura e collaborazione in Ceu, e ho avuto segnali, anche da messaggi ricevuti da diverse realtà ecclesiali, che possa crescere. Ho il timore che, proprio perché si esalta la dimensione diocesana [per il Codice di diritto canonico solo nella diocesi, che è Chiesa in un luogo, si ha la pienezza del mistero della Chiesa, ndr ], specie quando è piccola, il rischio sia che le collaborazioni rimangano episodiche o di evento, ci si trovi a ‘fare’ un convegno piuttosto che ‘aprire una strada’, ma questo non serve. Credo che sia all’interno della dimensione diocesana che in quella sovradiocesana dobbiamo cominciare a concepire livelli diversi di coinvolgimento, di impegno e di risposta. È ciò che in altri campi la Chiesa chiama principio di sussidiarietà, di collaborazione, di rispetto dei livelli, di condivisione delle competenze. Questo si può già fare, perché si pone a livello organizzativo e pastorale, non teologico”.

Sono molti i temi di attualità che dovrà affrontare. Penso a uno su tutti, il tema dell’immigrazione, sia perché porta divisione anche nelle comunità, sia perché nella sua diocesi c’è una relatà come Umbertide in cui la presenza degli immigrati è molto alta rispetto alla popolazione.
“Di recente ho avuto la fortuna di avere in Seminario ad Ancona, per una testimonianza ai seminaristi, il card. Francesco Montenegro che è arcivescovo di Agrigento e quindi di Lampedusa, e presidente della Caritas italiana. Lui diceva, e condivido, che noi cristiani non dobbiamo aiutare gli immigrati perché siamo buoni o perché c’è un’emergenza sociale. Lo facciamo perché crediamo nel Vangelo. Se volete, diceva, il problema è il Vangelo. E ha aggiunto: provate a tagliare tutte le pagine in cui si parla dei poveri nel Vangelo, e vedrete che vi rimarrà solo la copertina. La questione a me sembra sempre quella di una corretta informazione. Noi, nel mondo della libera informazione e della connessione continua, ancora crediamo a bufale spaventose che sono costruite ad arte per creare e muovere specialmente i sentimenti più biechi. Credo che la cura vera sia quella di dire che dobbiamo conoscere la concretezza dei fatti, la realtà dei fatti e a quella rispondere, e rispondere nella maniera più umana possibile”.

Tra le critiche c’è quella di chi accusa la Chiesa di aiutare solo gli immigrati a scapito degli italiani…
“Sappiamo bene che il problema non sono solo gli immigrati. Gli immigrati presentano una questione che va affrontata, come vanno affrontate anche le tante altre situazioni alle quali dobbiamo aprire il cuore. Inoltre non credo al discorso delle ‘religioni contro’ e tanto meno alla ‘islamizzazione’. Per esperienza personale ho capito che tante posizioni si sciolgono quando uno conosce concretamente qualcuno che vive quelle situazioni”.

Ultima domanda: dove andrà ad abitare?
“Ho scelto di abitare in episcopio, d’accordo con don Mario, che è contento di questa scelta perché lui è sceso in Seminario soprattutto per assistere don Pietro che ormai faceva fatica. Andrò ad abitare in episcopio con la consapevolezza che quella è la casa del vescovo, ed è giusto che sia la casa dove il vescovo può accogliere tutti, ed è bello che sia in centro città. Per me è molto grande e ne abiterò una piccola parte, ma andare ad abitare lì vuol essere un segno, il segno di una presenza, di una accoglienza”.

AUTORE: Maria Rita Valli

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