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Commento alla Parola della Domenica XIV Domenica del tempo ordinario Anno A

Dio rivela se stesso ai “piccoli”


AltareBibbia“Ti rendo lode, Padre, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno” ascoltiamo nel versetto allelujatico alla pagina del Vangelo di questa XIV domenica del Tempo ordinario e infatti di “piccoli” si parla nella relativa liturgia della Parola. Il brano è tratto dal capitolo 11 del Vangelo di Matteo e per la precisione ne è la conclusione; in precedenza si affrontava la questione del rifiuto di Giovanni Battista e di Gesù stesso. Gesù esprime aspre parole di rimprovero nei riguardi di città come Corazin, Betsaida e Cafarnao che, pur avendo assistito a prodigi, non si sono convertite.

Dopo questo linguaggio severo e diretto, Gesù cambia tono e propone la ‘grande confessione di lode’. Ed è specificato in “quel momento”, cioè nel momento del dolore di Gesù causato dalla incredulità e diffidenza degli uditori, proprio in quel momento Egli (letteralmente) “confessa la lode al Padre, Signore del cielo e della terra”. L’abbinamento ‘Signore del cielo e della terra’ non è molto frequente nel NT (solo altre 2 volte), ma si trova come formula liturgica che introduce le ‘Diciotto benedizioni’ presenti negli scritti di Qumran: “Benedetto sia Abramo per il Dio altissimo, Signore del cielo e della terra” (1QapGen 22,16). Qui fa seguito la menzione dei ‘piccoli’ che sono oggetto della ‘rivelazione’ e dei ‘sapienti e dei dotti’ a cui invece viene celata la rivelazione. Già Isaia aveva profetizzato dicendo: “Perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l’intelligenza dei suoi intelligenti” (29,14).

Questo discorso non è mirato a disprezzare l’intelligenza e la sapienza che, anzi, sono doni divini, ma mette in guardia dalla confidenza nelle sole capacità individuali che pure sono buone, ma non bastanti perché l’unica fonte in grado di appagare la sete di conoscenza è il Padre. Allora, chi sono questi ‘sapienti’, ‘intelligenti’ e ‘piccoli’? Nel testo greco queste categorie non sono precedute dall’articolo determinativo, quindi più che alludere a persone precise, indicano la condizione – e può riguardare chiunque – di chi è sapiente e intelligente alla maniera umana e di chi è ‘piccolo’ secondo Gesù. Nello specifico del capitolo in questione, i sapienti e gli intelligenti sono i benpensanti che hanno definito Gesù “un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori” e gli abitanti delle città sopra elencate perché, pur avendo visto dei prodigi, non hanno creduto. Non si parla perciò di conoscenza alla maniera umana, ma di accoglienza.

Il verbo ‘riconoscere’ (epighinosko) il Figlio e il Padre ha una finalità teologica: non arrivare ad Essi tramite un percorso solo intellettuale, ma tramite l’accoglienza nel cuore del mistero dell’amore che lega il Figlio con il Padre e viceversa. Va fatto perciò un atto di umiltà e di uscita da quelle che sono le personali convinzioni e ‘verità’ e lasciarsi sconvolgere la vita per far posto alla logica di Dio. Questo è possibile perché Gesù stesso ci rassicura dicendo che il “suo giogo è dolce e il suo carico è leggero”, è perciò realizzabile la sequela a cui invita quanti lo accolgono: “Venite a me, voi tutti affaticati e oppressi e io vi darò riposo”. Gli “affaticati e gli oppressi” sono figure che alludono alla Legge, il cui ‘peso’ era potenziato da ulteriori aggiunte inserite dai farisei. E ora un passaggio commovente: Gesù ci confida che “ha il cuore mite e umile”. È solo Matteo a utilizzare nel NT l’aggettivo ‘mite’ (oltre a 1Pt 3,4).

È già stato anticipato dall’AT perché egli è il Servo obbediente (Is 53), è il re mite (Zc 21,5). Gli ‘umili’ o ‘poveri’ (in ebraico anawim) occupano un posto privilegiato nella Bibbia. Se da un lato la povertà è l’emblema della lontananza da Dio o la conseguenza dell’ozio (Pr 10,4), dall’altra gli umili sono i destinatari – secondo i Profeti – del soccorso della giustizia divina (Am 2,6s) e a loro sarà inviato il Messia (Is 61,1). La mitezza e l’umiltà sono le caratteristiche proprie dei personaggi veterotestamentari più significativi: Mosè e David. Di Mosè è detto infatti che era l’uomo più mite della terra (Nm 12,3) e circa David che era il re secondo il cuore di Dio (1Sam 13,14). Gesù è il ‘nuovo’ Mosè ed è il discendente di David; è colui che annuncia la ‘beatitudine’ dei miti (Mt 5,5) ed entra, lui stesso ‘mite’, in Gerusalemme (21,5) incontro alla Passione. Gesù ci invita a imitarlo: “Imparate da me…”. Afferma Schopenhauer che “un carattere buono, moderato e mite può essere contento anche in condizioni misere, mentre uno avido, cattivo e invidioso, non lo è nonostante tutte le ricchezze” (Parerga). E c’è una crescita in questa consapevolezza, perché non solo la mitezza ci sprona ad avere il giusto rapporto con i beni materiali, ma anche ci avvicina a Cristo e ci unisce agli altri. Papa Francesco ha a proposito dichiarato che “la mitezza è un modo di essere e di vivere che ci avvicina a Gesù e ci fa essere uniti tra di noi; fa sì che lasciamo da parte tutto ciò che ci divide e ci oppone, e che cerchiamo modi sempre nuovi per progredire sulla via dell’unità” (01.11.2016).

 

Giuseppina Bruscolotti


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