Dove padroni sono i poveri

CERBARA. Esperienza di una settimana per adolescenti al “Cottolengo” di Torino

Tempo di lettura: 139 secondi

I giovani coinvolti nell'esperienza in una foto di gruppo
I giovani coinvolti nell’esperienza in una foto di gruppo

“I poveri sono i nostri padroni, e bisogna trattarli come tali, altrimenti ci mandano via”: questa massima di san Giuseppe Cottolengo ha fatto da leitmotiv alla settimana di esperienza che un nutrito gruppo di adolescenti della parrocchia di Cerbara ha svolto presso la “Piccola casa della divina Provvidenza” di Torino, accompagnati dai loro animatori.

Cottolengo: un nome accompagnato da una sorta di “leggenda nera” fatta di “mostri” che sarebbero ricoverati presso la struttura. Ma, come hanno da subito compreso i ragazzi, gli unici mostri erano quelli creati dai pregiudizi.

La “Piccola casa” è gestita da una famiglia religiosa composta da suore, fratelli e sacerdoti “cottolenghini”, il cui carisma è il servizio ai più deboli, a persone con forti problemi fisici e psichici, e ai poveri. Il Cottolengo chiamava queste persone “perle del Signore”, perché sono le creature alle quali Lui è più vicino; e alla “Piccola Casa” non vanno considerate come ricoverate, ma ospiti.

A segnare la vita del sacerdote piemontese, facendogli percepire i disegni divini, un tragico episodio, datato 2 settembre 1827, quando lui ha 41 anni. Viene chiamato per amministrare i sacramenti a una donna in fin di vita, respinta dagli ospedali della città. Di fronte al decesso della giovane, decide di impegnarsi a soccorrere e assistere le persone abbandonate.

Grazie alla disponibilità di alcune signore e di volontari, Cottolengo – sprovvisto di fondi e di rendite, ma confidando sempre in Dio e nella Sua provvidenza – dà vita alla struttura di accoglienza di malati in stato di abbandono. Dopo le prime difficoltà e i primi contrasti, il 27 aprile 1832 prende forma il suo sogno: nasce la “Piccola casa della divina Provvidenza”.

Il primo impatto con la realtà del posto è stato certamente duro per i ragazzi del gruppo, dovendo fare i conti con realtà con le quali non si è quotidianamente a contatto, ma, sotto la guida delle suore e del personale della casa, il loro servizio ha ben presto preso forma.

“Abbiamo dovuto superare le nostre paure e resistenze per quanto riguarda la malattia e il contatto, ma soprattutto abbiamo dovuto accettare che quello che puoi fare nei loro confronti è davvero poco”, afferma uno dei partecipanti all’esperienza.

“Stupisce – afferma un altro partecipante – come a un certo punto ogni cosa, anche quella più dolorosa, sembri più colorata e luminosa. Questo porta istintivamente a ricordare, a osservare, a soppesare ciò che invece abbiamo e siamo noi; ti fa capire il valore di tutto ciò che ti è stato dato e ti fa desiderare di non sprecarlo, perché, per quanto poco possa essere, ognuno di noi ha qualcosa da dare”.

Un’esperienza, insomma, alla fine molto positiva della quale non rimane che ringraziare con un Deo gratias, come si ripete di continuo alla “Piccola casa”.

 

AUTORE: Moreno Migliorati

LASCIA UN COMMENTO