Ebbe lo Spirito dei giusti

Per la festa di san Benedetto abbiamo ascoltato le monache da lui fondate per comprendere l’attualità del suo carisma

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Una foto del 2013 delle monache benedettine di Citerna
Una foto del 2013 delle monache benedettine di Citerna

La solennità di san Benedetto, festeggiata l’11 luglio, invita ogni cristiano e ogni monaco in particolare a fissare lo sguardo sulla vita di questo padre e maestro del monachesimo occidentale.

“Benedetto fu ripieno dello Spirito di tutti i giusti…”: con queste parole san Gregorio Magno nel II libro dei Dialoghi tratteggia la figura di questo grande santo, sottolineandone le doti e l’umiltà, caratteristiche di chi ha cercato nella vita la conformazione al Cristo Signore.

Il suo itinerario spirituale traccia per ogni battezzato la via per seguire il Cristo, per percorrere quella via della vita che permette di gustarla nella sua pienezza.

Il carisma monastico offre alla Chiesa la costante memoria del primato di Dio vissuto nella preghiera, nella lectio divina, nel servizio umile ai fratelli.

L’incontro costante e perseverante con la Parola dona ai monaci uno sguardo penetrante, profetico sulla realtà attuale, sulle nuove sfide e prospettive che la società ci presenta. Nella vastità dell’orizzonte di questo carisma, ancorato alla storia ma sempre anelante all’Infinito, potremmo sintetizzare la sua attualità attraverso due immagini: un punto e una freccia.

Due parole che possono apparire opposte e discordanti ma che, in realtà, racchiudono la vita monastica nella prospettiva della stabilità e della tensione verso l’Assoluto, tra Incarnazione ed escatologia. Un punto, che richiama il monaco – e con lui ogni battezzato – a vivere il presente nella sua ordinaria straordinarietà, trasformandolo nell’oggi di Dio, della Sua salvezza.

Una stabilità, un equilibrio, una sobrietà, una autenticità che insegna a vivere nel mondo ma a non essere del mondo: in una società “liquida” e “virtuale” come viene definita quella contemporanea, la vita monastica insegna a riportare al centro l’uomo con i suoi bisogni e i suoi talenti, a creare relazioni autentiche dove ognuno si fa carico del fratello.

Di fronte a un mondo così velocizzato, la giornata del monaco, ritmata da preghiera e lavoro, ricorda l’importanza dell’equilibrio tra queste due sfere della vita umana, creando armonia tra tempo divino e tempo umano, una unità che fa della vita stessa una lode a Dio.

Infatti, come disse Paolo VI in uno dei suoi numerosi incontri con i monaci, compito del carisma monastico è recuperare l’uomo a se stesso e quindi a Dio e alla Chiesa.

L’immagine del punto apre anche all’importanza della memoria delle origini, alla gratitudine per il tempo vissuto e a vivere il presente nella sua pienezza per poi aprirsi con fiducia al futuro. Dice sant’Antonio abate che una pianta continuamente trapiantata non può mettere radici e portare frutto.

Quella del punto si unisce all’altra immagine, quella della freccia puntata verso l’alto; se la prima ci riporta alla stabilità e a vivere il mistero dell’Incarnazione, la seconda ci richiama a Dio, alla tensione verso l’Assoluto, l’Infinito, come risposta all’anelito del cuore di ogni uomo.

La comunità monastica, pur rimanendo nella stabilità di un luogo, vive la dinamicità del Regno che viene, e accoglie quanti desiderano vivere un tempo di preghiera e di ritiro. Come una freccia puntata verso l’alto, i monaci testimoniano nel mondo di oggi la necessità di spingere lo sguardo oltre il presente e il contingente, per ritrovare in Dio l’origine e il fine di ogni esistenza.

È nella liturgia che queste due dimensioni si fondono, facendo della preghiera, detta opus Dei (“opera divina”), la scala che congiunge terra e cielo. Nella società attuale i monasteri restano i luoghi in cui vivere e ricoprire l’equilibrio della vita umana e spirituale. A tal proposito è interessante notare che san Gregorio Magno concluda il II libro dei Dialoghi, dedicato a san Benedetto, non con la sua morte ma facendo menzione di un miracolo avvenuto nella grotta di Subiaco dopo la morte del Santo.

Una donna squilibrata ed errabonda entra nella grotta dove aveva vissuto Benedetto e ne esce guarita. Forse proprio questo può essere oggi uno dei compiti delle comunità monastiche: accogliere con empatia e rispetto quanti cercano il proprio equilibrio e vagano alla ricerca dell’unica Via della Vita.

AUTORE: Le Benedettine di Citerna

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