Eddie Hawkins: il musicista nero che ama l’Umbria

Tempo di lettura: 118 secondi

“Abitavamo in due palazzi a poca distanza l’uno dall’altro ad Atlanta, Martin Luther King ed io, neri entrambi,  ma non ci siamo mai incontrati. E pensare che anche mia madre faceva King di cognome, e di sicuro erano parenti. La sera che lo uccisero, il 4 aprile del 1968, veniva eseguita per la prima volta alla Piccola Scala di Milano la mia ‘Missa Nobis’, che dedicammo proprio a quell’uomo straordinario”: Eddie Hawkins, cantante e ballerino in gioventù, partito dalla Georgia per l’Europa insieme al fratello Jesse nei primi anni Sessanta, ora ha molte primavere sulle spalle ma ancora la treccia candida che gli solca la schiena, come quando calcava i palcoscenici di tante città per cantare spirituals e gospel, facendone strumento di dialogo e contatto tra persone di diverse fedi e culture.

Il 18 settembre nella chiesa di Sant’Ercolano a Perugia, alle 17, nell’ambito della Sagra musicale umbra, il coro Santo Spirito Volumnia, diretto dal maestro Sang Hwang, eseguirà la ‘Missa Nobis’, nella quale i vari passaggi della celebrazione eucaristica sono resi musicalmente attingendo dai generi più diversi, dallo spirituals al gospel a molto altro. Una proposta che poteva sembrare provocatoria 50 anni fa, ma che mantiene intatto il suo messaggio di volontà di dialogo e incontro tra fedi diverse in nome di unico Dio.

Eddie Hawkins in Italia ha cominciato dal famoso Folkstudio di Roma, crogiuolo di musicisti che ha sfornato, tra gli altri, Antonello Venditti e Francesco De Gregori. Non a caso il primo gruppo musicale fondato da Eddie si chiamava Folkstudio Singers.

“Tutti i miei lavori musicali – racconta Eddie a La Voce – compresi quelli da cantante singolo, sono stati prodotti dalla Pro Civitate di Assisi. Un luogo che io considero come la mia vera famiglia in Italia, dove è ancora possibile il dialogo tra persone di nazionalità e religioni diverse”. Con la Pro Civitate, Hawkins ha anche scoperto l’Umbria come luogo dove vivere: “A Roma non tornerò di certo – dice – così come non tornerò mai più in America. Un paese che, non ho remore a dirlo, è sempre stato razzista ma che ora, con questa presidenza, ha avuto una vera e propria licenza per continuare ad esserlo. Quello che mi colpisce e mi dispiace – conclude Hawkins, ricordando che suo nonno Albert era nato in schiavitù – è come possano continuare a dirsi cristiani coloro che usano espressioni intrise di tanto odio”.

Daris Giancarlini

LASCIA UN COMMENTO