Elezioni 2018. Il legame dei candidati col territorio

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di Daris Giancarlini

Che c’entra il paracadute con il territorio?

Elettoralmente parlando, niente, essendo il primo l’esatto opposto del secondo. Prima che qualcuno pensi che io stia vaneggiando, cerco di spiegarmi. Il tema è il voto politico del 4 marzo prossimo, e la legge elettorale con cui si va alle urne. Una legge per i due terzi basata sul sistema proporzionale, e per il restante terzo sui collegi uninominali. Questo terzo è bastato a far asserire – ad alcuni promotori e facitori della legge in questione che avrebbe esaltato il legame dei candidati con il territorio e quindi con gli elettori. In teoria.

In pratica, i segretari dei partiti in lizza (che per molti osservatori delle cose politiche italiane sono ormai dei veri e propri proprietari dei partiti che capeggiano), consapevoli che il sistema elettorale messo in piedi in realtà avrà come esito la nonvittoria di ogni schieramento in campo, si sono dati da fare a decidere candidature (chi parla più di primarie? Nessuno…) per comporre le liste in modo tale che ne risultino gruppi parlamentari omogenei alla linea prevalente nei partiti stessi. E qui entra in scena il “paracadute”, con il candidato scelto dal segretario-proprietario che viene fatto correre in un collegio considerato sicuro per il suo esito numerico.

Con buona pace del legame di quello stesso candidato con il territorio in cui si presenta. Certo, il prescelto non nasconde imbarazzo nel trovarsi a chiedere voti a cittadini di cui sa poco o nulla; ed escono fuori giustificazioni a dir poco esilaranti, del tipo: “Conosco bene questo posto, da tempo ci vengo a fare le vacanze”. Ma tant’è: l’importante non è vincere, altrimenti si sarebbe fatta una legge elettorale differente, tesa a garantire che il 5 di marzo ci fosse una maggioranza per governare.

L’importante sembra invece – stando all’essenza del meccanismo costruito consolidare gli equilibri politici esistenti, perpetuando il potere di chi, nei singoli partiti, gestisce il potere. Un esito, dunque, che sembra già scritto, con il Capo dello Stato che non avrà un compito facile, a urne chiuse, nella ricerca di una soluzione per dare un Governo al Paese. E già in molti, capi partito compresi, non escludono un ritorno al voto. In Spagna è successo; e dopo il secondo voto, praticamente uguale al primo, e dopo oltre 300 giorni di trattative, i conservatori hanno dato vita a un Governo di minoranza con l’astensione dei socialisti. Non il massimo, se si mira alla stabilità.

 

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