Fede, ma sul serio!

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di Angelo M. Fanucci

In chiusura delle mia penultima, pallente abat-jour m’aveva spiazzato la frase rivolta da Gesù alla povera donna cananea (l’ “emorroissa”), letteralmente dissanguata dalla malattia e dai medici che (si fa per dire) la curavano; era riuscita a toccare da dietro il mantello di Gesù (e Marco, così, tanto per farci sapere che dei buoni studi l’ha fatti anche lui, si premura di farci sapere che in Gesù s’era verificata, pensate un po’, un perdita d’energia), e Gesù l’aveva guarita e, sorridendo davanti a quello sguardo pieno d’angoscia, le aveva detto: “La tua fede ti ha salvata”. “Fede”? Io lo so cos’è la fede, o almeno credevo di saperlo: la laurea in Teologia (Colpa e pena in san Tommaso d’Aquino) l’ho scritta tutta, e non l’ho mai discussa, ma la licenza in Teologia l’ho conseguita con il massimo dei voti, in quel lontanissimo 1961 in cui diventavo prete. Ecco dove cade a fagiolo la riflessione teologica di padre Sosa alla quale accennavo. Per capire il Concilio abbiamo bisogno – dice il ‘Papa nero’ – di approfondire la fede. “Altrimenti, testimoniare diventa impossibile. Per questo sento necessario, a monte, anche un grande lavoro intellettuale”. Bene. Lo dicono tutti. Ma quale categoria interpretativa nuova dobbiamo azionare perché faccia da perno a questo “lavoro intellettuale”? Padre Sosa è perentorio: il nostro tempo ci chiama a essere testimoni del Vangelo in contesti diversi da quello al quale siamo abituati. E qual è il nocciolo di questa diversità? Il punto di partenza è riconoscere le differenze come rivelazione di Dio, dice il preposto dei Gesuiti. Ohibò! Da sempre la Chiesa ha saputo di avere davanti a sé un mondo da amare, ma purtroppo, anche su temi fondamentali, un mondo in cui ogni soggetto che vi opera esprime una differente percezione della sostanza della vita. E il compito della Chiesa, così mi hanno insegnato, è quello di riportare a unità queste diversità, perché tutte le coscienze confluiscano nel grande alveo del fiume immenso che da Dio porta a Dio attraverso Cristo. E anch’io mi sono fatto prete per riportare, per quanto mi sarà possibile, magari (data la mia desolante mediocrità) in misura minima, la diversità che colgo negli uomini che incontro all’unità che ci fa sentire tutti figli di Dio e fratelli di Gesù. Ma adesso padre Sosa, o – meglio – quello spirito del Concilio che i Gesuiti sembra abbiano introiettato come nessun altro, mi dice che, prima di essere oggetto di un lavoro per portarla a unità, la diversità va valorizzata per quella che è, proprio nella sua diversità. Perché è un valore. Perché l’adesione alla verità e al bene che esprimono l’emorroissa, o il buon ladrone, o il cieco di Gerico, sono adesioni a Cristo Figlio eterno di Dio, anche se non lo sanno. E meritano che Gesù riveli la loro vera natura: sono fede, vera fede, quanto e più della mia che, inviata la mia settimanale e-mail a La Voce, torno a ciancicare concetti teologici che davanti a Dio non mi fanno crescere di un centimetro.

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