Giovani, vittime del nostro egoismo

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di Paolo Giulietti

L’ultimo rapporto Istat ha confermato che siamo un popolo di anziani; nella nostra Umbria mancherebbero all’appello 4.700 nuovi cittadini. Ma questo già si sapeva. Quello che risulta sempre più evidente è che siamo anche una nazione di egoisti. Diciamocelo con sincerità: in fondo in fondo, poco ci importa delle nuove generazioni. E come si potrebbe sostenere il contrario? Li si mette al mondo col contagocce; si ipoteca il loro futuro con un debito pubblico imponente e un degrado ambientale forse irreversibile; li si dopa per farne dei campioncini da mettere a reddito (è il caso recentissimo dei ciclisti dilettanti di Lucca); li si colloca ai margini del mondo del lavoro e di conseguenza della vita sociale; li si mette in condizione di farsi una famiglia e procreare sempre più tardi, perpetuando uno squilibrio demografico con ritmi da estinzione. Schierati compatti a difesa dell’esistente, dagli intoccabili “diritti acquisiti” fino alle consorterie di ogni tipo, nelle quali difficilmente si entra, e mai prima di una certa età; ai meccanismi paralizzanti della burocrazia. Per non parlare dell’industria del divertimento, della musica e della moda, capitanata da adulti che fanno soldi sulla pelle dei ragazzi e dei giovani – artisti inclusi – con per soprammercato la beffa di ergersi ad alfieri della loro emancipazione e liberazione. E come dimenticarsi duole dirlo – del sistema educativo, dove alcune scelte paiono fatte non tanto a beneficio degli studenti, quanto a quello di chi ci lavora?

E del mondo di certo sport, dove in nome dell’interesse la dimensione ludica ed educativa del gioco cede il passo alla competizione per emergere, apportando denaro a società e procuratori, costi – ai giovani – quel che costi?

La situazione non è rosea nemmeno in casa nostra. In tanti aspetti della vita ecclesiale domina – nonostante il monito della Evangelii gaudium – il “si è fatto sempre così”: criterio mortifero verso ogni innovazione e protagonismo giovanile. Orari, spazi, linguaggi, musiche, iniziative, spese, contenuti… sono assai spesso tarati sui bisogni e sulle abitudini degli anziani, tanto che anche le nostre parrocchie risultano sempre meno “un posto per giovani”. E non si dica che ci sono gli oratori, i gruppi e le associazioni: se vengono gestiti come “ghetti” in cui i ragazzi possono fare ciò che vogliono, mentre la comunità continua a vivere ai ritmi di sempre, diventano luoghi di “intrattenimento”, che don Lorenzo Milani giudicava con estrema severità, ritenendoli incapaci di far crescere davvero. Prendere sul serio il compito educativo della comunità, infatti, implica la disponibilità a lasciarsi trasformare dalla relazione con il mondo giovanile, aprendo spazi di vero confronto e protagonismo, cioè di responsabilità. Le nuove generazioni sono al mondo non per perpetuare l’esistente, ma per produrre novità di vita, per quanto scomodo ciò possa risultare verso gli assetti esistenti e impegnativo verso il semplice consentire loro di godersi la vita nel “parcheggio a lunga sosta” di un’adolescenza prolungata..

Il percorso innescato dal Sinodo sui giovani ci è offerto come un’occasione provvidenziale per interrogarsi seriamente, come comunità e come società, circa la nostra capacità di stare, da adulti, davanti e accanto a loro. È un ordine del giorno non più rimandabile a nessun livello della vita ecclesiale e sociale, in modo che non sia ridotto a una questione per addetti ai lavori, ma coinvolga l’intera comunità, nessuno escluso.

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