Il cambiamento c’è ma non si vede

REGIONE. Le manovre per la formazione della nuova Giunta sembrano rispondere a vecchi schemi

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palazzo_donini_perugiaLa presidente Catiuscia Marini pensa al quintetto dell’esecutivo, mentre il Psi si divide sul nome da proporre. Dovrebbe mancare poco all’ufficializzazione della nuova Giunta regionale uscita dal voto del 31 maggio.

Si danno per sicuri gli assessorati per Luca Barberini e Fernanda Cecchini, entrambi del Pd. Ma, per il resto, quello che un giorno sembra sicuro – il ternano Fabio Paparelli – il giorno dopo pare già dimenticato, per poi tornare magicamente in lizza.

Si è parlato a lungo di un “esterno” scelto dalla Marini, passando dal prof. Luca Ferrucci a un altro docente, Antonio Bartolini. C’è tanta tensione in casa socialista dopo le dimissioni del segretario regionale Aldo Potenza.

L’assessore uscente Silvano Rometti, rieletto in Consiglio, potrebbe essere di nuovo scelto, oppure vorrà segnalare qualcuno di fiducia (Claudia Bastianelli)?

Nella scelta degli assessori bisognerà considerare – visto che da 8 sono passati a 5 – il riferimento territoriale. Già ci sono stati alcuni territori, come Spoleto (basti pensare alla lista del Pd senza esponenti della città del Festival dei Due mondi), che si sono sentiti esclusi. C’è bisogno di coniugare il consenso elettorale con l’appartenenza politica e territoriale.

Forse il criterio preferibile sarebbe quello della competenza… ma non sempre viene posto al primo posto nella scala dei valori nella composizione di un esecutivo, non solo regionale. L’attesa per la definizione del nuovo esecutivo ha consentito a Claudio Ricci, il candidato del centrodestra sconfitto, di rilevare il fatto che “si continua, come se nulla fosse accaduto, a ipotizzare una Giunta regionale basata non sul cambiamento richiesto e sui progetti innovativi necessari ma, esclusivamente, come risultato di un esercizio di potere fra correnti interne e feudi, sempre più piccoli, da difendere”.

Ricci ha sottolineato che gli elettori umbri hanno inviato “un forte segnale di richiesta di cambiamento. Se ci fosse stata una legge elettorale normale, e non di dubbia costituzionalità, che avesse incluso il doppio turno modello-sindaci o almeno una soglia minima per avere il premio di maggioranza, la storia politica della Regione sarebbe già cambiata. Ma il centro-sinistra fa finta di non aver sentito il forte campanello d’allarme: dal vantaggio del 30 %  che aveva nel 2005 sul centro-destra, si è passati a uno striminzito 3 % del 2015, con ancora molte verifiche da fare. E l’Umbria scivola sempre più in basso, nell’assordante silenzio di molti”.

 

Chi vota (o non vota più) chi

Il voto umbro sotto la lente dell’Agenzia Umbria ricerche e dell’Università

La forbice tra centrosinistra e centrodestra è sempre più piccola; aumenta l’incidenza di Lega nord e M5s, con un forte incremento dell’astensione. Sono la fotografia del voto e le stime dei flussi elettorali delle elezioni regionali 2015 in Umbria, illustrati dal presidente di Aur (Agenzia Umbria ricerche), Claudio Carnieri, e da Bruno Bracalente del dipartimento di Economia dell’Università di Perugia. Si tratta di una situazione in movimento che fa emergere alcuni segnali presenti nelle più recenti consultazioni (le regionali del 2010 e le europee del 2014).

È stato sottolineato che il sistema politico regionale è diventato praticamente articolato in 4 poli: centrosinistra, centrodestra, Lega nord e  “grillini”, oltre al il fenomeno, sempre più diffuso, dell’astensionismo. Tra i dati più significativi, la riduzione del divario fra centrosinistra e centrodestra (rispetto alle regionali 2010 si è ulteriormente ridotto di 70 mila voti), marcando una distanza tra i due schieramenti di 18 mila voti, e l’incremento del non-voto che, sebbene fosse atteso, aumenta di 68 mila astensioni.

Il Pd ha perso molti consensi (24 mila voti rispetto al 2010) con un travaso di voti verso il centrodestra ma anche verso il M5s (14 mila) e la Lega nord (11 mila), secondo una tendenza che si era manifestata già nelle ultime politiche 2013 e nelle europee del 2014.

Da segnalare che, dei 150 mila voti di Pdl e Lega nord delle regionali 2010, ne sono rimasti solo 85 mila nell’ultima tornata elettorale. I voti mancanti, secondo l’analisi dei flussi, hanno preso la via del non-voto, delle liste del centrosinistra, del Movimento 5 stelle, o sono stati dati esclusivamente al candidato presidente. La Lega nord ha ricevuto un forte afflusso di voti dal Pdl, dal Pd, ma anche dalla sinistra radicale (8%), che per il 25% ha scelto l’astensionismo e per il 20% ha votato M5s.

Per quanto riguarda il movimento di Beppe Grillo, assente alle precedenti regionali, il raffronto con le politiche 2013 dice che il suo elettorato origina dal centrosinistra (33 mila voti contro i 7 mila del centrodestra). Le liste minori di centrosinistra hanno invece beneficiato di una consistente quota di voti socialisti (il cui elettorato è rimasto fedele per il 40%), di flussi provenienti dal centrodestra e dal non-voto.

Le liste del centrodestra hanno funzionato per la candidatura di Ricci presidente, andando a ereditare un quarto dell’elettorato Pdl che non ha votato Forza Italia e il 45% dell’Udc.

 

AUTORE: E. Q.

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