Il Corpo donato in una cena

Commento alla liturgia della Domenica “Firmato" Famiglia

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AltareBibbiaSantissimo Corpo e Sangue di Cristo. Ancora una domenica che ci parla d’amore. “Questo è il mio corpo, che è per voi”. A voi che state per tradirmi, che mi lascerete solo, a voi che ancora non cogliete il senso del dono. Per voi ho preso un corpo, per camminare fianco a fianco, per condividere tutto di voi. Notti e giorni passati insieme, emozioni comuni, condivisione di momenti di meraviglia per i segni compiuti, di esaltazione per le opere viste, di gioia nei momenti conviviali tra la gente di ogni tipo e anche di paura nelle tempeste sedate. Vita condivisa per comunicare un amore. Non basta. Questo è Gesù. Questo è Dio. Non basta incarnarsi per farsi conoscere, si incarna per farsi prossimo all’uomo e arriva a fare una cosa propria degli sposi: fondere il suo corpo con il nostro. Ed anche questo è poco per il suo amore immenso: non basta condividerlo, il suo corpo, sente necessario donarlo in oblazione totale. “Questo è il mio corpo, per voi”. Un Dio che insegna l’amore sponsale, che dimostra tenerezza, un Dio che si prende cura.
Questo atto di tenerezza  è avvenuto in una cena, l’ultima, come cena intima tra amanti, come abbraccio d’addio, come testamento in cui lascia la cosa più preziosa: lui stesso. Questo atto di tenerezza non è chiuso nel tempo, relegato nel passato come ricordo nostalgico, ma è sempre vivo, sempre in atto perché “ricevuto e trasmesso” in memoriale, così che l’uomo di ogni tempo può sentire forte l’abbraccio tenero del Signore, può sperimentare la straordinarietà di essere un tutt’uno con Gesù, sotto il segno del pane, pane spezzato.
Di pane si parla anche nel vangelo. C’è gente che ha fame e la zona è deserta. Nel costante deserto in cui vive il mondo, c’è gente che ha fame. Ma la vera fame della folla è sapere di Dio, di quanto Dio ama l’uomo, di quanto si china sui suoi problemi. Gesù infatti parla del Regno e guarisce malati. E c’è anche la fame fisica.  E’ sul far della sera, l’ora del cenacolo, l’ora in cui i discepoli di Emmaus riconoscono il risorto allo spezzar del pane; nell’usanza comune è anche l’ora in cui le famiglie consumano il pasto insieme, la cena, momento di comunione e di confronto, in cui ci si racconta la giornata trascorsa per condividerne gli sviluppi. E’ questo il clima in cui Gesù fa accomodare, come se fossero a tavola, tutti invitati alla mensa del Signore.  “Date voi da mangiare”. E’ poca cosa quello che abbiamo, anzi, è poca cosa ciò che siamo, ma il Signore sa valorizzare il nostro poco perché è la sua potenza a fare la differenza. Ancora una volta non è la fame fisica dell’uomo ad interessare Gesù: alza gli occhi al cielo, benedice, spezza e distribuisce. Come nel cenacolo, come ad Emmaus, un rituale eucaristico. Qui la distribuzione avviene tramite i discepoli, tramite la Chiesa, il “date voi da mangiare”: è il poco che siamo, unito al Cristo spezzato. Così il deserto fiorisce, rifiorisce il senso di vita, perché la fame di Dio che è insita nell’uomo viene saziata.
Dodici ceste di pane avanzato, conservato e custodito: Dio continua a provvedere. Pensa ai malati, agli assenti, a quelli che possiamo raggiungere noi, nel suo nome, all’azione della Chiesa.
Quanto è simile il corpo donato degli sposi, il donarsi l’un l’altro, il condividere il percorso della vita negli aspetti positivi e negativi. E’ uno spezzarsi l’un l’altro ed insieme spezzarsi per i figli e conservare ceste di pane per vivere all’esterno la propria identità di comunione, di accoglienza, di attenzione, di cura ecclesiale e sociale.  Gesù, pane spezzato, è il nutrimento non per la fame fisica, ma dell’amore che rende gli sposi forti nel donarsi, con le necessarie energie simili a quelle del profeta Elia, stremato, per raggiungere il monte di Dio. Anche noi, spesso stremati dalla fatica, possiamo rialzarci grazie a questo pane del cielo, grazie a Gesù, che è il sacerdote di questa meravigliosa liturgia (al modo di Melchisedek), mediatore dell’amore, ma  è anche la vittima, lui stesso Amore, il dono che ci riempie di vita, una vita eterna.

AUTORE: Ortensia Marconi, Tommaso Calderini

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