Il Pil cresce il lavoro no

La crisi si attenua, ma la ripresa tarda a venire. I dati di alcune imprese umbre

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impresa-immigratiLa tempesta forse è passata ma il sole ancora non spunta. A fine anno si raccolgono dati, studi ed analisi sull’andamento dell’economia e si fanno previsioni per il futuro. Che non sono del tutto positive perchè se anche il Pil, dopo anni di recessione, tornerà a crescere per gli esperti non creerà nuovi posti di lavoro. Almeno nell’immediato. Anzi ci saranno ancora tante piccole e medie aziende costrette a chiudere per i consumi interni che non crescono, le banche che non prestano soldi, lo Stato che paga in ritardo i fornitori ma punisce con le tasse più alte d’Europa il lavoro. In un quadro sociale e politico di grande instabilità.

Questo è il panorama nazionale e l’Umbria non fa eccezione. Nel terzo trimestre di quest’anno i dati dell’Osservatorio congiunturale sul manifatturiero ed il commercio in provincia di Perugia evidenziano qualche cenno di miglioramento ma – ha detto il presidente della Camera di commercio Giorgio Mencaroni – “servono altri numeri per uscire dalla recessione”. Anche in provincia di Terni, ha commentato il presidente della locale Camera di commercio Enrico Cipiccia, si può cominciare “a parlare di attenuazione degli effetti della crisi, ma non ancora di inizio della ripresa”.

Giudizi confermati anche nel Focus sulla economia umbra curato dall’Ires Cgil, secondo il quale se anche ci sarà una ripresa del Pil questo non creerà occupazione. L’Umbria – è detto nel rapporto dell’Istituto di ricerche economiche e sociali del sindacato – “è una regione su cui la recessione ha assestato un duro colpo, con una elevata disoccupazione, produttività bassa, produzione industriale che rimane ancorata ad un modello da cui non riesce a sganciarsi, consumi sempre più in basso ed un export complessivo in calo”. Mali – sottolinea l’Ires – in gran parte preesistenti alla crisi che li ha accentuati.

Ci sono meno soldi in giro ed anche in vista del Natale continua il calo dei consumi che per la prima volta incidono anche sulle vendite di supermercati, ipermercati e grande distribuzione in genere. A Terni, ad esempio, nei primi sei mesi del 2013 famiglie ed imprese non hanno onorato debiti per sei milioni di euro. “Sono 30 mila euro al giorno che i ternani non sono riusciti a pagare” ha sottolineato il presidente della Camera di commercio.

Se gli umbri e gli italiani spendono di meno anche le nostre aziende incassano di meno. Quelle più moderne e competitive (ed in Umbria per fortuna ne abbiamo parecchie) si sono lanciate con successo nei mercati internazionali, soprattutto dei paesi emergenti dove il “lusso” ed il ”made in Italy” in genere sono molto apprezzati e richiesti. Lo conferma anche l’ultimo rapporto di Umbria Innovazione ed Unioncamere che ha studiato bilanci ed attività nel 2012 di 210 aziende piccole e medie della regione. Il 40 per cento hanno avuto un calo del fatturato che è invece cresciuto in quel 32 per cento che hanno puntato sui mercati internazionali, soprattutto extra europei, a dimostrazione – sottolinea il rapporto – che “innovazione tecnologica ed organizzativa sono un fattore strategico di successo delle imprese”.

Purtroppo però nel complesso anche l’export umbro è in calo, soprattutto per il crollo della produzione e vendita dell’acciaio prodotto negli stabilimenti di Terni. Nei primi nove mesi di quest’anno, secondo i dati Istat, le esportazioni umbre sono calate del 6,9 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (in Italia la diminuzione è stata dello 0,3 mentre nelle vicine Marche sono cresciute addirittura del 12,7 per cento). Preoccupa inoltre il fatto che è proprio nei paesi extraeuropei, dove i consumi ed il benessere sono in crescita, che l’export umbro ha avuto un tracollo di oltre il 10 per cento.

L’attenzione dell’opinione pubblica è ovviamente concentrata sulla crisi delle grandi imprese (Merloni, Sangemini, Acciaierie Terni per citarne alcune) ma sono quelle più piccole, con meno di 9 addetti – rileva lo studio dell’Osservatorio congiunturale delle Camere di commercio – a perdere terreno. Per il futuro il 23 per cento degli imprenditori delle oltre 500 aziende prese in esame si attende un miglioramento della situazione, il 39 degli intervistati “stabilità”, mentre il 37,7 per cento si aspetta ancora una diminuzione della propria attività.

Più stranieri imprenditori

C’ è meno lavoro per tutti e quindi anche per gli stranieri arrivati in Italia per cercare una vita ed un futuro migliore. Ed allora gli immigrati si inventano un lavoro da soli. Infatti uno studio della Unioncamere Umbria su questo fenomeno rileva che nella nostra regione cresce il numero di imprese create da stranieri che sono ormai quasi 7.000, l’ 8,2 per cento del totale. Sono aziende piccole, (più dell’ 80 per cento sono individuali), che operano soprattutto nel settore delle costruzioni e del commercio. Giuliana Pandoro, segretario generale di Unioncamere Umbria, ha commentato che la crescita di imprese straniere dimostra che ”sempre più lavoratori da braccianti diventano imprenditori ed accettano il rischio di fare impresa. Ormai in Italia una nuova impresa giovanile su 5 è straniera. Spesso – ha proseguito – queste attività soddisfano fabbisogni non coperti da lavoratori italiani. Colmano un vuoto ed assicurano un apporto economico fondamentale all’ economia dell’ Umbria”.

AUTORE: Enzo Ferrini

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