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Il Punto – Suicidio ‘e ritorno’: il caso Pessotto


Gianluca Pessotto è un ex calciatore di talento. Ha giocato, tra l’altro, dieci Campionati nella Juventus, con quattro scudetti, e ventidue partite nella Nazionale, trovando anche il tempo di laurearsi in Legge. Nel 2006, a carriera finita, in preda a una grave crisi depressiva tentò il suicidio buttandosi dal tetto della sede della Juventus. Si può immaginare in che condizioni era, ma i medici fecero di tutto per salvarlo e ci riuscirono. Era appena uscito dal coma quando gli Azzurri vinsero il Campionato del mondo a Berlino, e andarono a portargli la coppa in ospedale, perché condividesse la loro gioia.

Nel suo difficile cammino di ritorno alla vita, fu ammirevole l’entusiasmo che lui ci mise. Dopo, ha pubblicato un libro, intitolato La partita più importante. Una bella storia. Eppure, secondo qualcuno – e secondo una linea di pensiero oggi molto diffusa – sarebbe stato moralmente doveroso lasciarlo morire. Quella era la sua volontà, e lui l’aveva espressa nel modo più chiaro possibile. Chi ha avuto dunque ragione, alla prova dei fatti? Inevitabile chiederselo ora, nel momento in cui l’Italia intera risuona di proclami in favore della libertà di suicidio, quasi fosse questa la prima emergenza nazionale. Il tema è estremamente delicato e difficile, e non voglio certo banalizzarlo. Fra l’altro, non è secondario che Pessotto, quando ha tentato il suicidio, fisicamente stesse benissimo anche se era depresso; situazione certo non paragonabile a quella degli sventurati che sopravvivono penosamente in condizioni che non si augurerebbero al peggior nemico.

Suicidio ‘e ritorno’: il caso Pessotto. Chi può permettersi di giudicare? Non vogliamo fare come quei farisei che caricavano sulle spalle degli altri dei pesi che loro non avrebbero toccato con un dito (Matteo 23,4), mentre dobbiamo ispirarci soprattutto alla carità. Ma se non ci sentiamo di dare risposte trancianti, possiamo almeno pretendere che anche gli altri – quelli che sostengono il diritto al suicidio – rinuncino alle loro arroganti certezze e si accostino al problema con rispettoso timore.

 

Pier Giorgio Lignani


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