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Il Punto. Via dall’euro? Una catastrofe


Molti italiani si fanno sedurre dalla prospettiva di “uscire dall’euro”. Con tutto il doveroso rispetto delle opinioni altrui, temo che si tratti di una sciocchezza. Supponiamo pure che all’epoca ci sia stato qualcosa di sbagliato; io credo di no, ma anche se fosse così, tornare oggi alla lira (o a una moneta nazionale comunque denominata) sarebbe, nei fatti, un disastro.

È facile immaginare che, già all’indomani del cambio, la nuova lira (o quello che sarà) comincerebbe a svalutarsi precipitosamente; e con lei si svaluterebbero tutti i soldini risparmiati dagli italiani, e anche le future pensioni. La svalutazione favorirebbe le nostre esportazioni, ma ci renderebbe proibitivo il costo delle importazioni, fra le quali una delle voci più pesanti è l’energia (petrolio, gas, elettricità). L’enorme debito pubblico invece non si svaluterebbe, perché i creditori pretenderebbero (giustamente) di essere pagati sempre in euro; ma volerebbero in alto i tassi di interesse che l’Italia paga su quel debito.

Attualmente i tassi sono eccezionalmente bassi; ma basterebbe un rialzo di pochi punti per fare saltare definitivamente i nostri conti. Verrebbero a mancare le risorse per la spesa pubblica, la quale – sia chiaro – non consiste nel pagare lo stipendio ai parlamentari: le voci più importanti della spesa pubblica sono, nell’ordine, le pensioni (270 miliardi di euro all’anno) e il servizio sanitario nazionale (112 miliardi all’anno), poi la scuola, i trasporti, le opere pubbliche; e in generale tutto il pubblico impiego. Il nostro debito pubblico è un fatto oggettivo, non lo ha inventato l’Europa; se i nostri partner ce lo ricordano in continuazione, non è per farci un dispetto.

Ancora una riflessione: che fiducia volete che abbiano in Europa circa la nostra capacità di riassestare i bilanci, se siamo un Paese del quale nessuno (nessuno) è in grado di dire che razza di governo, e di politica, avrà fra un anno, due anni, cinque anni? E che ancora non sa nemmeno con che legge elettorale andrà a votare alle prossime elezioni, al più tardi tra un anno?

 

Pier Giorgio Lignani


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