Il Re è nudo (sulla croce)

Commento alla liturgia della Domenica “FIRMATO” Famiglia Solennità di Cristo Re - anno B

Tempo di lettura: 266 secondi

MESSALE metti piccola in commento al vangeloNella prima lettura di questa domenica nella festa di Cristo Re, il profeta Daniele, dopo aver descritto quattro bestie spaventose (a ciascuna delle quali corrispondeva un regno), dice di vedere un Figlio di uomo. Il quinto regno, quello del Messia, mostra il volto dell’uomo. Questo già ci pone di fronte un fatto: il Figlio di Dio è venuto a mostrarci il vero volto dell’uomo.

Nel mondo vi sono molte forze e molti poteri che trasformano le persone, rendendole meno umane. Se non ci fermiamo ogni tanto a contemplare il volto di Gesù e ad ascoltare la sua parola, ci trasformiamo in una specie di macchine che hanno come azione principale la programmazione delle giornate, il compimento degli impegni, il portare a termine delle azioni per noi e per i nostri figli.

Nella visione di Daniele tutti adorano e servono lui, il Figlio dell’uomo. Perché? La risposta la troviamo nella seconda lettura: “A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue”. Ecco Colui che noi dobbiamo servire, a cui dare ascolto e obbedienza. Ecco il nostro Re. Ma ci sentiamo persone liberate? Dovremmo prima essere consapevoli del nostro essere incatenati da istinti e peccati che ci impediscono di essere liberi. Il mondo in cui viviamo non ci aiuta a vedere in noi stessi queste schiavitù, anzi aggiunge condizionamenti dall’esterno fino al punto che alcuni di questi istinti ci sembrano bisogni da soddisfare.

Nel Vangelo assistiamo al dialogo tra Gesù e Pilato. È Gesù che guida il discorso, e puntualmente non risponde alle domande: non deve rendere conto a nessuno! Anzi, invece di pensare a difendersi, pensa a donare a Pilato – e anche a noi – la sua Parola. Ci accorgiamo che il governatore si domanda chi sia colui che si trova davanti, e che cosa sia la Verità.

Due sono le riflessioni che Gesù oggi ci invita a fare: la prima la possiamo intitolare “il mondo”, mentre la seconda è incentrata sulla parola “Regno”.

 

Gesù non è “di questo mondo” nel senso che con il mondo non ha nulla in comune, né l’origine né la logica. È totalmente altra anche la prospettiva. Il mondo, l’umanità peccatrice non ha in sé la salvezza, anzi, neppure la capacità di accoglierlo; non può non odiare Gesù e non potrà non odiare anche i discepoli. È talmente lontano dalla verità e dalla salvezza che per il mondo Gesù non può nemmeno pregare (Gv 17,9); e tuttavia questa stessa realtà è oggetto dell’amore infinito di Dio e dell’invio del Figlio suo: “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito”…

Noi tutti viviamo questa relazione con il mondo nel quale ci troviamo, ma al quale non apparteniamo. Ci accorgiamo della difficoltà di comunicare a chi ci sta accanto la nostra vita di fede, e al tempo stesso siamo chiamati a “rendere ragione della speranza che è in noi”. È capitato nella storia, anche nella nostra, che le persone accogliessero l’annuncio del Vangelo, come se non aspettassero altro. Ecco che scopriamo che nel mondo gli uomini hanno dentro una sete di Dio, e cercano Gesù esattamente come noi.

Dunque ricordiamo che, come Gesù, noi non siamo del mondo ma siamo chiamati a portare nel mondo la verità. Noi non abbiamo la verità in tasca, la Verità è Gesù. Quanto più viviamo uniti a lui, “immersi” nella sua vita, pervasi dalla sua Parola, mossi dallo Spirito, tanto più faremo conoscere il Regno, pur con tutta la nostra fragilità.

In Gesù ci viene presentato un Re decisamente contrario all’idea che abbiamo nel nostro immaginario. Lo abbiamo visto entrare in questo mondo in una stalla, deposto in una mangiatoia, mentre era in viaggio di notte senza riparo, senza sicurezze come un profugo. I suoi primi adoratori sono stati i pastori, gente povera, considerata impura; lo abbiamo visto crescere come tanti bambini, facendo una vita qualunque.

Come suoi seguaci questo Re ha scelto pescatori, non certo dottori. Ha fatto il suo ingresso in Gerusalemme cavalcando un asino. Si è lasciato spogliare e umiliare, e per corona ha scelto una corona di spine. Infine è morto nudo sul suo trono, la croce.

È proprio diversa l’idea di re di Dio rispetto alla nostra! E questa crediamo sia la risposta del Signore alle oscure e disumane forze che si muovono e sembrano dominare il mondo. La lingua di Dio non è la nostra. Egli viene a “fare nuove tutte le cose” e ci chiede di imitarlo, di parlare anche noi una lingua nuova. Il nostro Dio è il Dio della debolezza, che non si fa strada con la violenza, anzi sembra proprio che questo atteggiamento Egli non lo conosca.

Il Dio della debolezza che “sta alla porta e bussa” aspetta per poter entrare e sedersi a cena con noi; allora pian piano può farsi strada in punta di piedi nel nostro cuore, il luogo in cui si muovono tutte le forze, buone e cattive, che ci fanno prendere decisioni. Questo Dio della debolezza ci invita a scendere da ogni piedistallo e tanto ci fa innamorare: Egli ci dà la risposta ai fatti che stiamo vivendo. Gesù sceglie di essere il Grande Sconfitto della storia, e questo gli consente di vincere la morte anche per noi. Il Risorto però è sempre il Crocifisso: la sua non è una “riscossa”, la strada è quella della croce, della debolezza.

AUTORE: Mauro Pierucci Elisabetta Giorgi

LASCIA UN COMMENTO