Il senso di un cammino. I coniugi Miano presentano l’esortazione apostolica “Amoris Letitiae”

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Amorislaetitia4Alle 11.30 di questa mattina, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, si è tenuta la Conferenza Stampa di presentazione dell’Esortazione Apostolica post-sinodale di Papa Francesco “Amoris laetitia”, sull’amore nella famiglia.

Sono intervenuti il Card. Lorenzo Baldisseri, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi; il Card. Christoph Schönborn, O.P., Arcivescovo di Wien; i coniugi Francesco Miano, Docente di Filosofia Morale presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e Giuseppina De Simone in Miano, Docente di Filosofia presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli; Mons. Fabio Fabene, Sotto-Segretario del Sinodo dei Vescovi.

(su www.vatican.va il testo dell’esortazione e degli interventi di presentazione)

Pubblichiamo qui l’intervento dei coniugi Miano

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La lettura dell’ Amoris letitia è stata per noi un momento di grande commozione e di profonda gioia. Questa gioia vorremmo poter trasmettere anche a voi oggi. È la gioia per un testo magisteriale che nel parlare della famiglia riconduce all’essenziale, a quello che più conta; e lo fa con un linguaggio diretto, semplice, per tutti. Verrebbe da dire che questo non è un testo per addetti ai lavori, per gli specialisti della pastorale, ma per “addetti alla vita” ossia per tutti noi che, in maniera diversa, siamo parte di una famiglia. Chi lo legge, chi legge in particolare la parte centrale dedicata all’amore in famiglia o il capitolo sull’educazione dei figli, avverte che qui si sta parlando proprio di lui, che il Papa conduce per mano a scoprire la bellezza delle nostre famiglie, imperfette, fragili, ma straordinarie, perché sorrette nel loro quotidiano cammino dall’amore del Signore che non si stanca, non viene meno, e che fa nuove tutte le cose.

È un’esperienza incredibilmente bella: quella dell’aprirsi del cuore, dell’allargarsi dello sguardo, e di riuscire finalmente a vedere il tesoro che abbiamo tra le mani, il bene grande che è nella normalità della nostra vita. È come se il Papa dicesse: fermiamoci un attimo, lasciamoci per un attimo alle spalle i rumori, le corse, gli affanni, la ridda di voci che quotidianamente ci investe fino a sommergerci, e proviamo ad ascoltare, ad ascoltare la nostra vita in quello che ha da dirci veramente, ascoltiamo quello che accade dentro di noi, quello che muove il nostro cuore. Perché è in questo ascolto che impariamo a scorgere la presenza del Signore che rende le nostre storie “terra sacra” davanti alla quale togliersi i calzari.

Il linguaggio di Papa Francesco è coinvolgente, delicato e rigoroso, intriso di tenerezza e di meraviglia. È un linguaggio che lascia parlare la vita concreta delle famiglie. Le sue parole nascono da quell’umile ascolto a cui aveva invitato i padri sinodali in apertura del sinodo del 2014 e di cui egli stesso ha dato testimonianza nelle intense giornate di lavoro dei due sinodi dedicati alla famiglia (ed è bellissima questa Chiesa che si lascia istruire dalla famiglia…). Si avverte in queste pagine l’ascolto attento della concretezza delle situazioni che fanno la vita delle famiglie. Un ascolto al quale veniamo educati, nel quale cresciamo man mano che si procede nella lettura.

È la grammatica delle relazioni quella che viene così disegnata con tratti di grande sapienza, una grammatica delle relazioni che la Chiesa non detta dall’alto ma che essa stessa impara dalla vita delle famiglie. Non è una Chiesa che sale in cattedra, è una Chiesa che sa di essere per strada e che sceglie di starci fino in fondo, ma che proprio per questo può farsi maestra che aiuta a fare chiarezza e a ritrovare ogni volta il senso del procedere. Una Chiesa che è popolo di Dio in cammino.

La categoria del cammino è fondamentale per capire il senso della vita della famiglia che traspare da queste pagine. Che la vita della famiglia sia un cammino viene ripetuto con chiarezza; un cammino in cui non bisogna stancarsi di guardare avanti, di avere grandi orizzonti, non bisogna smettere di sognare, e di cui imparare a gustare e ad apprezzare ogni passo senza temere il divenire, le trasformazioni che il cammino porta con sé, avendo piuttosto il senso dell’imperfezione e della crescita.

Un amore che è nel tempo

Colpisce il fatto che l’inno alla carità, paradigma della perfezione cristiana dell’amore e posto al cuore di questa esortazione, sia declinato dal Papa nel tempo e nei giorni della vita delle famiglie. L’inno alla carità dice “il nostro amore quotidiano” e le sue parole fondamentali si comprendono nella semplicità e nella concretezza dei gesti, degli sguardi, dei comportamenti, nella forza degli atteggiamenti da maturare, nella intensità e nella fatica delle scelte che ogni giorno ci chiede.

L’amore nella vita della famiglia è fatto prima di tutto di pazienza (La carità è paziente) e la pazienza è benevola (benevola è la carità) aiuta l’altro a crescere senza avvertirne i successi come una minaccia (non è invidiosa). “L’amore non è arrogante” (non si gonfia, non si vanta), rende amabili e capaci di posare sull’altro uno sguardo amabile. Non mette in primo piano l’amore per se stessi (non cerca il proprio interesse); non alimenta l’ira fino a farla diventare un atteggiamento permanente (non si adira) ed evita che il rancore cresca fino ad annidarsi nel cuore (non tiene conto del male ricevuto). L’amore nella vita della famiglia esige la disponibilità a perdonare che passa attraverso l’esperienza liberante dell’accettare se stessi con i propri limiti e l’avvertire che Dio ci ama senza condizione e senza meriti. Ma la famiglia è soprattutto il luogo in cui impariamo a rallegrarci per il bene dell’altro (si rallegra della verità). “La famiglia deve essere sempre il luogo in cui chiunque faccia qualcosa di buono nella vita, sa che lì lo festeggeranno insieme a lui”(110).

L’amore nella famiglia abbraccia il tutto della vita. Per questo: “tutto scusa”, è ampiezza di sguardo che comprende che l’altro è “molto di più di quello che a me da fastidio” e sa apprezzarne l’amore pur nel suo essere imperfetto (L’amore convive con l’imperfezione”113); “tutto crede” perché dà fiducia, rinuncia a controllare, a dominare l’altro consentendogli così di essere se stesso; “tutto spera” perché sa che l’altro può cambiare, che le sue potenzialità possono fiorire accettando anche “che certe cose accadano non come uno le desidera”; “tutto sopporta” perché è capace di superare qualsiasi sfida.

“Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi” (121), ma lo è in quanto “processo dinamico”, una sfida che richiede di lottare e di rinascere, di reinventarsi e di ricominciare sempre di nuovo, fino alla morte.

Un amore che è gioia

Questo amore che è cammino nel tempo verso la pienezza è gioia che dilata il cuore. Ma della gioia dell’amore bisogna avere cura. È una gioia da coltivare, crescendo nella capacità di uno sguardo che apprezza. Molte ferite e crisi hanno la loro origine quando non siamo più capaci di questo sguardo, “smettiamo di contemplarci” (128): tra coniugi, tra genitori e figli, tra fratelli. La gioia dell’amore si rafforza nelle sofferenze e nelle battaglie vissute insieme, cresce attraverso le parole e i gesti che alimentano l’amore giorno dopo giorno. La gioia dell’amore matura attraverso il dialogo, il “darsi tempo” l’ascoltare l’altro facendogli spazio. In famiglia si ha bisogno prima di tutto di ascoltarsi: l’altro “deve percepire che è stata colta la sua pena, la sua delusione, la sua paura, la sua ira, la sua speranza, il suo sogno” (137). Questo richiede però che si maturi una ampiezza mentale, una flessibilità, una ricchezza interiore senza di cui la vita familiare diventa asfittica e il dialogo si impoverisce.

In questo amore che è gioia le emozioni hanno allora una grande importanza e non vanno soffocate (è un amore appassionato quello che regge la vita delle famiglie), ma aiutate ad armonizzarsi in una crescita di sensibilità verso l’altro. “Si può compiere un bel cammino con le passioni” (148) scrive il Papa. In questa prospettiva la dimensione erotica dell’amore non è “un male permesso” o “un peso da sopportare”, bensì “dono di Dio che abbellisce l’incontro tra gli sposi” (152). Ed “è importante essere chiari” nel rifiutare nella vita della famiglia qualsiasi forma di “sottomissione” che non sia il “vivere rivolti agli altri”, l’ “appartenenza reciproca liberamente scelta” in cui tutto è orientato a “fare in modo che l’altro viva in pienezza” (156).

Un amore che non teme il cambiamento

Questo amore, che è nel tempo e che è gioia, è un amore che non ha paura del cambiamento.

Il prolungarsi della vita fa emergere con forza l’esigenza di “ritornare a scegliersi a più riprese”. Non il trascinarsi stanco di relazioni prive di luce ma la ricchezza di una intimità che è nella forza di una condivisione cresciuta nel tempo intorno ad un progetto comune, affrontando insieme le difficoltà e godendo insieme delle cose belle.

Nella storia di un matrimonio l’aspetto fisico muta, ma quando gli altri non possono più riconoscere la bellezza dell’identità dell’altro, il coniuge innamorato continua ad essere capace di percepirla con l’istinto dell’amore, e l’affetto non scompare”, la sceglie nuovamente attraverso “una vicinanza fedele e colma di tenerezza”. Nel volgere delle stagioni “il vincolo trova nuove modalità ed esige la decisione di riprendere sempre nuovamente a stabilirlo. Non solo per conservarlo, ma per farlo crescere” (164). Nulla di questo è però possibile senza la grazia dello Spirito che rafforza, orienta e trasforma il nostro amore in ogni nuova situazione, una grazia che occorre imparare a riconoscere e ad invocare.

Un amore che genera vita

La gioia dell’amore si esplicita e si concretizza nell’accoglienza della vita e in particolare di una nuova vita. Nelle parole del Papa abbiamo riassaporato la bellezza del nostro essere genitori, avvertito l’amore di Dio attraverso il dono dei figli, il senso dell’attesa dei figli, l’accoglierli nella peculiarità di ognuno. Sono molto belle e immediate, le pagine dedicate al padre e alla madre, che mostrano il volto paterno e materno del Signore, figure considerate sia separatamente sia nella loro reciprocità, viste nell’evolversi dei tempi, nella sottolineatura di un ruolo altamente positivo della donna nella società da conciliare con l’essere testimone, attraverso la maternità, della bellezza della vita, e nella messa in risalto della necessità di riscoperta della figura paterna, oggi sbiadita nella cultura occidentale e bisognosa di rinnovata valorizzazione (172-177). Altrettanto belli sono i richiami al valore di una fecondità che si allarga sempre oltre l’orizzonte della vita familiare. Il Papa si sofferma sull’importanza della procreazione, sulla gioia che per la Chiesa rappresentano le famiglie numerose, e insieme sulla necessità di una paternità responsabile(167), sulla generosità che contraddistingue la scelta dell’adozione e, nello stesso tempo, sottolinea che “la famiglia non deve pensare se stessa come un recinto chiamato a proteggersi dalla società. Non rimane ad aspettare, ma esce da sé nella ricerca solidale”(181). Anzi sul modello della famiglia di Gesù – di cui ben conosciamo la straordinaria normalità – il compito fondamentale è quello di far crescere la cultura dell’incontro, portando nella realtà uno spirito autenticamente famigliare.

Un amore che si fa incontro

La cultura dell’incontro cresce con la testimonianza e insieme con la parola, e in questo modo, le famiglie rendono presente l’amore di Dio per tutti e nella società. E c’è una dimensione di cultura dell’incontro che riguarda anche la famiglia intesa in senso più ampio rispetto alla famiglia nucleare (padre, madre, figli). Il Papa ricorda il valore della presenza di nonni, zii, cugini, vicini. Non possiamo chiuderci nell’individualismo del “piccolo nido” (187). Non sembri una considerazione marginale, al contrario il Papa invita le famiglie a ritrovare il gusto di relazioni autentiche partendo da chi ti è o dovrebbe essere più vicino. Ai coniugi giunge chiaro l’invito ad avere a cuore le proprie famiglie d’origine nel senso anche della famiglia dell’altro e non solo della propria, ad avere un cuore più grande capace di trattare i suoceri, i parenti del coniuge con “delicatezza” evitando di considerarli “come dei concorrenti, come persone pericolose, come invasori”(198).

Un amore che educa

La vita della famiglia – l’invito del Papa è chiaro e provocatorio – oggi richiede una rinnovata significazione dell’essere e dei compiti di ogni suo componente. Accanto all’essere padri e madri (di cui abbiamo detto) il Papa dedica passaggi decisivi all’essere figli (e all’essere figli una volta costituita una propria famiglia), all’essere fratelli (la prima esperienza di fraternità e di convivenza umana si fa in famiglia), agli anziani (vittime della cultura dello scarto), così come dedica il settimo capitolo all’educazione dei figli sottolineando la necessità di rafforzare l’impegno educativo nella consapevolezza che la funzione educativa della famiglia appare oggi sempre più importante e insieme sempre più complessa. Papa Francesco si sofferma sui diversi aspetti della formazione etica dei figli, sulla necessità che i genitori non abdichino al loro ruolo e sappiano esercitarlo mirando alla crescita di libertà e senso di responsabilità dei figli, con paziente realismo, con gradualità, con senso di incoraggiamento che non esclude in qualche caso l’uso della sanzione come stimolo. L’educazione “comporta il compito di promuovere libertà responsabili che nei punti di incrocio sappiano scegliere con buon senso e intelligenza, persone che comprendano che la loro vita e quella della loro comunità è nelle loro mani”(262). Persone libere e coraggiose, da sostenere ma anche da rispettare nella loro libertà. In ogni caso – e il Papa lo sottolinea efficacemente – “la famiglia è la prima scuola dei valori umani dove si impara il buon uso della libertà”(274). Ma la famiglia è tale in quanto contesto educativo globale non semplicemente per le singole scelte dei suoi componenti. Famiglia come contesto educativo globale vuol dire luogo adatto alla socializzazione primaria, alla creazione di stile e mentalità, alla coltivazione dell’attesa, ad adeguate aperture che vanno oltre la famiglia stessa imparando a guardare agli altri. Famiglia come contesto educativo globale vuol dire anche luogo adeguato per una positiva e prudente educazione sessuale, nonché adeguato per la trasmissione della fede stessa.

Come si afferma in Amoris laetitia riprendendo la Relatio finalis 2015 più in generale la famiglia nella sua globalità “si costituisce come soggetto dell’azione pastorale attraverso l’annuncio esplicito del Vangelo e l’eredità di molteplici forme di testimonianza: la solidarietà verso i poveri, l’apertura alle diversità delle persone, la custodia del creato, la solidarietà morale e materiale verso le altre famiglie soprattutto verso le più bisognose, l’impegno per la promozione del bene comune anche mediante la trasformazione delle strutture sociali ingiuste, a partire dal territorio nel quale essa vive, praticando le opere di misericordia corporale e spirituale”(290).

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