Il vino della gioia autentica

Commento alla liturgia della Domenica “FIRMATO” Famiglia. II Domenica del tempo ordinario Anno C

Domenica la liturgia ci propone un Vangelo ricco di significati. Gesù a Cana compie il primo miracolo. È “l’inizio dei segni”, cioè l’origine e il principio di tutti gli altri. Questo vuol dire che guardando Cana possiamo cogliere la chiave per interpretare tutti gli altri segni che Gesù compirà. Questa origine non consiste in una guarigione, in una conversione o nel racconto di una parabola, ma in un gesto che apparentemente sembra di poco conto: un po’ di vino in più, una figuraccia evitata agli sposi, un “contentino” alla Madre. Invece il miracolo ha significati che vanno oltre la banale concretezza dell’episodio.

Innanzitutto, Gesù comincia da una festa. Di fronte alla durezza della vita, alle malattie, ai dolori della gente, di cui poi si prenderà cura, Gesù esordisce prolungando un festeggiamento. Laddove, secondo la tradizione ebraica, la festa finiva quando non c’era più vino, arriva l’estensione del banchetto.

Seicento litri di vino in più, e di quello buono! Giorni di festeggiamento in più per molte persone. L’arrivo di Gesù, l’inizio della sua missione non può che essere una festa, un prolungamento di gioia, perché l’attesa di secoli si sta concretizzando. La salvezza e la liberazione sono vicine, anzi presenti! E la festa è specificatamente un banchetto di nozze: non un caso, ma un fatto simbolico. È la benedizione di Gesù sull’amore umano, quello tra uomo e donna. È il suo modo di esaltarne la bellezza, di condividerne la gioia. Quell’amore che il Padre aveva benedetto all’inizio dei tempi (cfr. Gn 1,27-28), ora Gesù lo benedice all’inizio dei suoi segni, ponendolo a fondamento di quella qualità di amare che lui stesso è venuto a portarci. Egli stesso è lo Sposo e si pone con tutti noi in una relazione sponsale. L’amore nuziale, quello fatto di passione, di gratuità, di sacrificio, di dono di sé, di tenerezza è la pietra miliare dell’inizio della missione di Gesù. Ma il testo ci dice anche altro: agli sposi, da soli, il vino finisce. La gioia – di cui il vino è biblicamente simbolo – quella dell’incontro, dello stare insieme, del costruire una famiglia, non è ‘autoalimentante’. Se gli sposi se la forniscono da soli, c’è il rischio che finisca. L’altro, allora, non è più il luogo della meraviglia e della leggerezza, ma dello scontro, del rancore o dell’indifferenza. È l’esperienza che toccano tanti matrimoni, quelli in cui la relazione è divenuta arida, litigiosa, se non anche violenta; quei matrimoni in cui l’altro è percepito come un ostacolo, come un nemico che mi ha ferito e che sono pronto a ferire a mia volta.

In tutti i matrimoni – crediamo – si fa esperienza, a vari livelli, di questo vino che si esaurisce. Dove attingerne allora? Gesù ci dice che lui ne ha di quello buono e ce n’ha a ettolitri. È più buono del precedente. Il vino che ci consegna Gesù, e che in realtà comincia a erogare già dal giorno del matrimonio, è più buono e abbondante di qualsiasi altro che possiamo spillare da soli con le nostre forze. Si tratta solo di imparare ad attingere dalle anfore giuste. Il vino è anche simbolo dell’eucaristia e della dinamica pasquale di dono di sé, morte e risurrezione. Ecco una bella anfora Doc da cui attingere.

Questo Vangelo esprime la sua ricchezza anche nella molteplicità dei personaggi che entrano in gioco. Ci soffermiamo solo sulla figura dei servitori, perché in essi, in qualche modo, possiamo identificarci. Maria, che con femminile delicatezza e attenzione aveva colto la mancanza del vino, dà loro l’indicazione di seguire la volontà di Gesù, che è la volontà del Padre. Un atto di fede di Maria, che sa che l’“ora” del Figlio non è giunta. I servitori rispondono al comando di Gesù con sollecitudine, impegno silenzioso, obbedienza, e lo fanno fino in fondo, “fino all’orlo”. Sono il prototipo di come anche noi dovremmo incarnare la volontà di Dio, nell’impegno attivo, nell’obbedienza e nella totalità.

L’atteggiamento dei servitori ci interpella: siamo in grado di metterci in ascolto della volontà di Dio? Maria è, per noi, colei che ci invita a metterci in ascolto di Gesù? Siamo in grado di seguirlo senza indecisioni? I servitori ci indicano il modo in cui vivere i carismi di cui ci parla san Paolo nella seconda lettura. Nell’obbedienza a Dio e all’“unico Spirito”, ci vengono dati dei doni: carismi e ministeri, dai più umili ai più grandi, che dobbiamo saper riconoscere e utilizzare. Con l’umiltà dei servi, ma anche “fino all’orlo”, cioè con tutto noi stessi.

 

AUTORE: Paolo Tomassoni Alessandra Giovannini