Immigrazione, segno dei tempi

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Abbiamo in questo momento in Italia un concentrato di avvenimenti e problemi. La visita di Putin a Roma e in Vaticano (10 giugno) assume una serie di significati che qui non possiamo trattare, e ci porta a riflettere sulla guerra in atto in Ucraina (guerra tra cristiani, nota Papa Francesco), nonché alle relazioni tra cattolici e ortodossi russi.

Altro argomento è il termine delle lezioni scolastiche, che per quasi tre mesi dà alla società il carattere di una “vacanza” piuttosto faticosa da affrontare con coraggio: il coraggio delle famiglie e delle comunità cattoliche che si assumono il carico di attivarsi per i ragazzi delle parrocchie con iniziative di gioco e formazione. Sempre in ambito scolastico, lo scontro sulla riforma è salito a toni molto accesi.

Si aggiunge a ciò, e forse sovrasta, una specie di guerra civile sull’accoglienza dei migranti. Un fronte è nettamente contro: chi non li vuole, come il presidente della Lombardia Maroni, minaccia di non trasferire i finanziamenti ai Comuni che facessero accoglienza. A Maroni il Governo ha risposto che – anzi – fornirà incentivi a chi si accolla una quota di rifugiati. Intanto alcuni Comuni mandano a dire a Maroni che seguiranno le indicazioni dei prefetti, e i prefetti a loro volta hanno dichiarato che seguiranno le normative del Governo.

Se non vogliamo chiamarla “guerra civile” istituzionale o politica, con animo disteso, perché non si viene ancora alle mani e tanto meno alle armi, facciamo bene. Dobbiamo però almeno riflettere sul pericolo che tutto si blocchi, in Italia, per le dure contrapposizioni di gruppi tra e dentro i partiti.

Un’idea che ci siamo ripetuti tra cattolici, e che portiamo al resto del mondo, è che la migrazione dei popoli è un “segno dei tempi”. È un fenomeno mondiale, che può essere catastrofico come è avvenuto anche di recente nel Canale di Sicilia; portatore di sofferenze per tutti, se non si fanno sforzi per contenerlo, governarlo, gestirlo con la concretezza che deriva dalla lunga esperienza di iniziative di vario genere portate avanti dal mondo cattolico e laico. Esperienze in questo settore in Umbria vi sono state dagli anni ’70 del Novecento.

La migrazione potrebbe – e secondo me, dovrebbe – costituire uno dei motivi di maggiore unità e collaborazione tra i 27 Paesi dell’Ue. Questo darebbe all’Europa un segno di discontinuità rispetto alla sua passata storia coloniale. In qualche modo, una forma di “restituzione di visita”, per così dire: prima siamo venuti noi europei da voi, specialmente in Africa, ora venite voi da noi, mettiamoci attorno a un tavolo e discutiamo.

Un sogno, direte. È vero. Però l’Europa, vecchia, stanca e delusa, potrebbe risvegliarsi attivandosi con un coinvolgimento più convinto ed efficace. Ci può dare un certo conforto constatare che su tale questione gli episcopati europei, e anche in generale le Chiese ortodosse e protestanti, sono d’accordo nella posizione di apertura e accoglienza, e lo sono non solamente con dichiarazioni, ma con iniziative concrete.

Una Chiesa europea che accoglie e integra gli immigrati con criteri verificati nei fatti, è una buona notizia che prospetta un auspicabile cammino ecumenico dal quale il Vecchio Continente può trarre nuova, giovanile linfa vitale. Al fondo di tale gravoso e urgente impegno, perché sia possibile portarlo avanti – sia pure parzialmente e progressivamente -, ci deve essere una nuova cultura che permetta di riconoscere la persona dell’immigrato come un valore, sul piano della comune umanità, della sua dignità e anche della sua cultura.

Finché si avranno posizioni che lo accusano di “impresentabilità” o “incompatibilità”, non sarà possibile nessuna integrazione e neppure un inserimento pacifico. Questo, pur essendo un progetto di lungo respiro, si può realizzare già nell’ambito di una città – Una città per il dialogo -, un paese, una parrocchia. E vale non solo per noi che guardiamo a loro, ma anche per loro che guardano a noi, troppo spesso con sospetto.

 

AUTORE: Elio Bromuri

1 COMMENT

  1. Buon giorno d. Elio,
    Le scrivo per manifestare la mia amarezza nel vedere i “supercattolicissimi”, i fedelissimi, a braccetto con la Lega. Non dovrebbero invece, ora dico una parola grossa, essere “scomunicati”, visto che minano alla radice alcuni dei valori fondanti del cattolicesimo?

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