In attesa di Cristo

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“Festeggiare l’Avvento significa saper attendere… le cose più grandi, profonde e tenere del mondo, e questo non si può fare nel tumulto” (D. Bonhoeffer) e la pagina del Vangelo di questa II domenica di Avvento ci conduce infatti nel “deserto”.

Il brano è tratto dal Prologo di Marco e la figura che apre e che fa quindi da “cerniera” con l’AT è Giovanni Battista e il luogo dove avviene questa sua prima missione è appunto il deserto, luogo biblicamente inteso come il più adeguato per l’approfondimento del rapporto con Dio. Intanto apre l’intera Opera un sostantivo tra i più studiati teologicamente parlando: “principio”, “inizio” (gr. archè). Marco lo usa quattro volte di cui due per alludere alla Creazione (10,6; 13,19) e, in continuità con questa accezione è da intendere il “principio” del Vangelo, letteralmente “che è Gesù Cristo”, quindi la “buona notizia” è Gesù, che è il Cristo, cioè l’Unto, il “figlio di Dio”. Ciò trova conferma alla conclusione del Vangelo quando il centurione, il primo pagano convertito, riconosce in Gesù il “figlio di Dio” (15,39). A questo punto, con l’uso di un verbo al perfetto che indica un’azione passata i cui effetti sono ancora validi, l’Autore si rifà a quanto “sta scritto” e propone tre figure della storia biblica: l’angelo che custodiva il cammino verso la terra promessa (Es 23,20), Isaia il cui compito era quello di annunciare il ritorno dall’esilio e quindi un’èra di rinascita (Is 40,3), Elia inviato a convertire i cuori (Ml 3,1.23).

L’allusione a quest’ultimo profeta è anche resa dagli elementi che costituiscono l’abbigliamento di Giovanni: la “pelle (di cammello)” e la “cintura di cuoio stretta ai fianchi”, sono caratteristiche che già l’Autore del II libro dei Re (1,8) ha utilizzato per presentare Elia. E poiché segue la descrizione dell’indole e dell’attività di Giovanni Battista è chiaro che queste tre figure veterotestamentarie si attualizzano in lui, ma la descrizione che l’Autore fa è quella di un figlio d’Israele “anomalo”. Giovanni è infatti figlio di Zaccaria (Lc 1,13) eppure non risulta essere un addetto del tempio, ma svolge la sua missione nel deserto.

Dovrebbe essere preposto ad espletare i “sacrifici”, invece amministra un battesimo con “acqua” a coloro che confessano i peccati. Avrebbe dovuto essere umilmente soggetto alla Legge, invece grida richiamando l’attenzione e invitando a cambiare mentalità. Eppure Giovanni di successo ne aveva perché è specificato che accorrevano a lui “tutti gli abitanti”, aveva dei “discepoli”, Erode Antipa lo considerava “giusto e santo” e Giuseppe Flavio lo ha riconosciuto come “il Battista” (Antichità giudaiche 116). Tuttavia lui non addita se stesso, ma Colui “che è più forte” a cui non è degno di “sciogliere i legacci dei sandali”.

Quest’ultima immagine dev’essere compresa. In virtù della legge del levirato il parente più prossimo al defunto prendeva in moglie la vedova, ma se non si sentiva in grado di farlo, il parente che subentrava a lui eseguiva sul rinunciatario la ritualità di sciogliergli e togliergli il sandalo come a significare la perdita dei diritti nei riguardi della donna. Giovanni Battista riconosce che il “più forte” e quindi il legittimo ad unirsi con la sposa che è l’umanità è solo Cristo, quindi lui non avanza nessun tipo di diritto. Solo amministra il “battesimo con acqua”, ma anche qui Giovanni si distingue perché il rito purificatorio che lui esegue non è semplicemente uno dei “battesimi” che già vigevano nella tradizione giudaica, in quanto lui richiede in più un atteggiamento di conversione (metánoia), senza il quale il rito non ha validità. A Qumran (Comunità frequentata dal Battista, secondo alcuni studiosi) i membri conoscevano la Regola (1QS 3,4-5) secondo la quale “… l’impuro non si libera dalla colpa mediante riti di espiazione, non può purificarsi mediante l’acqua della purificazione … impuro egli resta, finché disprezza gli ordinamenti di Dio”. Il Battista allora si spinge oltre annunciando poi il battesimo “in Spirito Santo” che sarà sempre il “più forte” ad elargire e il popolo dell’Antica Alleanza attendeva infatti il dono dello Spirito (Dopo questo, io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo, Gl 3,1).

Sorprendente è che a lui giungono “tutti gli abitanti della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme”. C’è quindi una “totalità” che è interessata all’annuncio e questa totalità trova riscontro nella “totalità” degli abitanti che accorreranno a Gesù per essere guariti (1,33).

Il Battista li ha quindi preparati alla venuta di Gesù perché essi hanno confessato i loro peccati e li ha resi così idonei a incontrarLo attraverso la prassi dell’accusa pubblica così come avveniva a Qumran: “… abbiamo peccato, abbiamo agito iniquamente sia noi sia i nostri padri prima di noi …” (1 QS 1,26). Giovanni vuole preparare anche noi, oggi, ad incontrare Cristo invitandoci nel “deserto” del ravvedimento e alla Confessione dei nostri peccati. E non siamo soli: “O Maria, … fa’ che non cediamo allo scoraggiamento, ma, confidando nel tuo costante aiuto, ci impegniamo a fondo per rinnovare noi stessi” (Papa Francesco, 8.12.’16).

PRIMA LETTURA
Dal Libro di Isaia 40, 1-5, 9-11

SALMO RESPONSORIALE
Salmo 84

SECONDA LETTURA
Dalla II Lettera di Pietro 3, 8-14

VANGELO
Dal Vangelo di Marco 1, 1-8

 

AUTORE: Giuseppina Bruscolotti

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