La Croce: di questa immagine non si può fare a meno

In preparazione al Venerdì santo, “La Voce” approfindisce - in tre puntate - il tema della Croce sul piano artistico, biblico e liturgico. Si parte questa settimana, con un viaggio nella rappresentazione artistica della Croce attraverso i secoli

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Stendardo processionale della Confraternita di San Leonardo, XIV sec. museo diocesano di Assisi
Stendardo processionale della Confraternita di San Leonardo, XIV sec. museo diocesano di Assisi

All’inizio di questa Quaresima, la Rete Museale ecclesiastica umbra ha suggerito un ulteriore motivo di riflessione sul fine pasquale di questo tempo penitenziale, presentando un catalogo intitolato “In Hoc Signo”. Il simbolo della croce nella sua forma artistica in Umbria. Il testo rappresenta una sorta di sintesi di una serie di eventi culturali vissuti nella nostra regione lo scorso anno per celebrare una ricorrenza che non poteva essere soprasseduta dalla comunità cristiana, e in genere dalla cultura che riconosce nell’evento cristiano un fatto sorgivo e fondante: la “visione” dell’imperatore Costantino (313 d.C.) e la sua conversione al cristianesimo.

Nel catalogo si scorge una manifesta centralità della croce nella collezione artistica appartenente a ognuno dei 13 Musei umbri aderenti a una rete che è unica nel suo genere in Italia.

Avvenuta più di 1.700 anni fa, la visio Costantini ormai rappresenta più di un semplice e discutibile fatto storico, relegato nel passato remoto. Prescindendo dalle discussioni circa la sua veridicità o meno, e la sua reale incidenza sulle sorti dell’Impero, esso rappresenta la prima occasione di una reale emancipazione non solo del culto e della libertà della testimonianza cristiana, ma della sua produzione artistica.

Da allora, dopo la naturale censura iconografica che il tempo delle persecuzioni portava con sé, un segno iniziò ad emergere prepotente e invasivo: l’imago crucis. Un segno, contenuto nella stessa visione di Costantino, che da allora si imporrà, pur nella multiforme sua rappresentazione, nella cultura cristiana di entrambi i “polmoni”, in Oriente come in Occidente. Si tratta di un segno perciò che non si pone ai margini del processo iconografico, sacro e non, ma ne rappresenta proprio la linea portante, la spina dorsale.

Il motivo dell’ingerenza di questo segno sulla storia, sulla cultura, della sua influenza sull’evoluzione dell’arte non è evidente come può sembrare, tanto più che il suo affacciarsi sulla scena artistica non fu immediato, né come simbolo né come rappresentazione – se pensiamo soprattutto al Crocifisso nella sua completezza, che troverà la sua definitiva e piena accoglienza nella cultura cristiana solo nel Basso Medioevo (Giunta Pisano, Cimabue, Giotto, ecc.). Mi pare che questo sia motivato principalmente da due aspetti, uno di natura più teologica e uno di tipo iconologico.

Il primo motivo è più strettamente di tipo teologico: si può pensare che la croce si sia imposta per il fatto che, in definitiva, l’arte cristiana non può che essere ars crucis, così come la teologia cristiana non può che essere theologia crucis. L’idea stessa di bellezza propria della rappresentazione cristiana non può fare a meno dello scacco della croce.

Ciò che per un cristiano è “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 44) è anche però l’“uomo di fronte al quale ci si copre la faccia” (Is 53,3). Un senso di bellezza che si riscontra anche in quella grande corrente estetica rappresentata in poesia, ad esempio da Rilke, per il quale “bellezza è altro che l’inizio del terrore”.

In questo senso l’arte cristiana non può fare a meno della croce, così come la teologia non può privarsi del suo evento fondativo, pena il diventare pura metafisica. Invece l’evento salvifico cristiano è anzitutto un incontro con Gesù Cristo, “una persona che dà alla vita un nuovo orizzonte” (Deus caritas est, 1), è sempre l’esito di una composizione, è sempre il frutto di un incontro ulteriore, il convergere in un medesimo punto di un volto e di un gesto. Non si possono disgiungere questi due elementi, perché uno – il volto, l’immagine – esprime la relazione, la fonda; l’altro – il gesto – la qualifica in quanto salvifica. Il volto di Cristo dice la perennità di quest’opportunità di incontro; il gesto, in specie l’emissione dello Spirito, il consegnarsi del Cristo in croce, qualifica questa perenna possibilità in opportunità salvifica, fa essere questo incontro una relazione redentiva.

Il secondo motivo, più di impronta iconologica, è relativo al fatto che questo segno sembra contenere, soprattutto nella sua evoluzione iconografica, almeno tre degli elementi più significativi di ciò che definisce l’arte sacra.

Il primo elemento è il suo carattere “evocativo”. Ciò che infatti da sempre è proprio dell’arte, e che impedisce di relegarla a mera didascalia, è la sua potente capacità evocativa; si tratta infatti di uno strumento in grado di suscitare senza obbligatoriamente descrivere. L’arte sacra ha avuto in questo il merito di sostenere l’annuncio cristiano e la sua finalità salvifica, ma anche e soprattutto di orientare e ispirare il credente, di evocare il Mistero per il mezzo della persuasione estetica. In questo, più ogni altra cosa, è il senso simbolico del signum crucis che lo rende più di ogni altro segno vincente.

Il secondo è il suo carattere “performativo”. Il simbolo della croce, specie negli esiti suoi più pieni ed efficaci, ha avuto il merito di annunciare l’evento cristiano attraverso il suo fatto centrale e fondante, incontrando ora il linguaggio della sofferenza ora della consolazione, ora della rinascita, in una comunicazione continua e sorprendente con il suo interlocutore. L’evento cristiano è sempre infatti narrazione e presenza. L’aspetto narrativo della fede è stato evidentemente raggiunto dal segno della croce attraverso il suo continuo annuncio di ciò che ha donato al cristiano salvezza e vita: la Pasqua del Signore.

L’ultimo evidente elemento, conseguente al precedente, è il suo carattere “relazionale”. L’opera d’arte, che nella croce ha il suo apice, ha un’intensa capacità di offrire una presenza, di tessere una interlocuzione, di imporsi con la sua “invadenza”. Se la parola infatti rivela, oltre ogni interpretazione, l’arte violentemente denuncia. È un segno prepotente, quello dell’arte, che si impone in modo quasi dogmatico. L’arte ha il potere persuasivo dell’indicazione. Al di là di ogni definizione, rimane segno.

L’opera d’arte “apre, attraverso la sua pura presenza, all’idea dell’impossibile per noi, e cioè della possibilità estrema che avvenga, che si dia la capacità di corrispondere alla misura di libertà, di conoscenza e di dono che in lui, per un’unica volta, si è incarnata”. (Massimo Cacciari, Tre icone, Milano 2007, p. 41).

Questi tre elementi confluiscono in modo persuasivo ed efficace nel simbolo della croce, in una maniera sempre nuova e coinvolgente. L’invito a rivolgerci alla croce che ci viene dall’arte è sottolineata oltremodo dai nostri Musei eccelesiastici, veri propri tesori capaci di riallacciare il credente con l’evento fondante e vivo che genera e rinnova la fede: la Pasqua del Signore.

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AUTORE: Saul Tambini ofm presidente Musei ecclesiastici dell’Umbria

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