In principio era la Parola

Commento alla Liturgia della Domenica

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AltareBibbiaE’ Natale! O uomo, non sei solo! O donna, non dirti ‘abbandonata’! O giovane, non necessiti dei social per ‘stringere amicizia’! “Il Signore nostro Gesù Cristo si è fatto uomo per cercare l’uomo” (sant’Agostino, Discorso 119,1). Con la Sua venuta nessun uomo può dire di essere solo: questo è il messaggio più sublime. A proposito la liturgia del Natale si presenta con abbondanza e ricchezza, offrendo diversi ‘passaggi’ (notte, aurora e giorno) che ci permettono di entrare con una sempre maggiore profondità nel Mistero che ha cambiato la storia dell’umanità: “Dio si è fatto carne”. A sigillare la liturgia della solennità è l’ultima delle letture proposte: il Prologo di san Giovanni. Questo capolavoro da sempre costituisce la base del pensiero cristiano perché Cristo è presentato come principio e compimento della storia della salvezza. Il suo riferirsi al libro della Genesi mette in risalto proprio il tema del principio. “In principio Dio creò il cielo e la terra” scrive la Genesi, e nel Vangelo di Giovanni leggiamo che “in principio era il Verbo”, cioè la Parola. La Parola c’era ancor prima della creazione; attraverso la Parola venne creato l’universo. Dio disse: “Sia la terra” e la terra fu. La Parola di Dio crea, la Parola di Dio unisce l’uomo a Dio stesso (alleanza). Oggi la Parola si è fatta carne. Non è detto “si è fatto uomo”, ma “carne”. Questo termine rende meglio l’idea della concretezza della condizione umana, con tutte le sue sfaccettature sia positive che negative (vigore, debolezza, godimento, decadimento…). Dovremmo molto seriamente considerare l’ambiente del tempo dell’autore, e come nella cultura ebraica con ‘carne’ si intendesse “l’uomo nella sua integralità, tutto l’uomo, ma proprio sotto l’aspetto della sua caducità e temporalità, della sua povertà e contingenza. Questo per dirci che la salvezza portata dal Dio fattosi carne in Gesù di Nazareth tocca l’uomo nella sua realtà concreta e in qualunque situazione si trovi” (Benedetto XVI, udienza generale del 9 gennaio 2013). Gesù, Parola fatta carne, ha assunto in sé tutti questi aspetti perché, come afferma la Lettera agli Ebrei, “fu simile in tutto a noi, fuorché nel peccato” (4,15). Il contenuto del Prologo quindi – che Agostino e Crisostomo ritenevano un’opera composta al di là delle forze umane, tanto è elevato il messaggio – costituisce la perla del quarto Vangelo, con un linguaggio che media straordinariamente ellenismo e giudaismo.

 

Scandito da quattro strofe in cui si evidenziano i vari passaggi, il Prologo presenta la Parola in quanto creatrice (vv. 1-2), contenente in sé la vita (3-5), rifiutata da alcuni e accolta da altri (6-13) e fatta carne (14-18). Dopo l’espressione “si è fatta carne”, segue “e venne ad abitare in mezzo a noi”, che dal testo in lingua originale letteralmente è da tradurre: “E pose la tenda fra noi”. L’immagine della tenda indica il tempo dell’Esodo, periodo in cui la tenda era la centralità della vita del popolo perché in essa (miskan) vi era la presenza di Dio (shekinah). Connessa con la presenza era la gloria di Dio, come quando Mosè fece erigere il santuario e la nube coprì la tenda del convegno, e la gloria del Signore riempì la dimora. In essa, addirittura, Mosè non poté entrare perché la nube vi dimorava sopra, e la gloria del Signore riempiva la dimora (Es 40,34-35). Questa manifestazione della gloria del Signore è ripresa nel Prologo di Giovanni: è identificata con Cristo stesso ma, contrariamente al popolo dell’Antica Alleanza e a Mosè che non poteva accedere alla tenda per vederla, ora questa gloria del Signore non solo è uscita dalla tenda, ma si è resa visibile a tutti. Ancor più, l’autore afferma: “Noi abbiamo contemplato la sua gloria”, che non è un semplice ‘aver visto’, ma un aver visto in profondità, aver contemplato (theorein), aver fatto esperienza, potremmo dire oggi. San Giovanni lo ha contemplato, si è lasciato formare da questo ‘incontro contemplativo’. A questo punto chiediamoci: che tipo di esperienza abbiamo fatto di Cristo? Ci soffermiamo a contemplare la grandezza del mistero dell’Incarnazione? Gli altri che ci incontrano possono riconoscere in noi dei ‘contemplativi’ di Cristo, cioè suoi ‘amanti’? “Come parlare di Cristo? Dobbiamo cercare di presentare da innamorati la figura di Cristo, per sperare che ci stiano a sentire”, affermava il beato Pino Puglisi, uno di coloro che hanno contemplato e amato il Cristo nel recupero dei giovani incappati nella malavita. Tutto ciò per dire che è possibile vivere questo Natale con la certezza che la Parola di Dio – in questo caso il Prologo di Giovanni – non è solo qualcosa da cui rimanere affascinati (ed è già molto), ma va accolta e amata. E come è stato possibile per tanti uomini e donne che alla Parola si sono ispirati, anche a noi si presenta l’opportunità di contemplare Cristo e di effettuare una svolta nella nostra vita, quella che è propria di ognuno. “Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto” (Pino Puglisi). Non lasciamo che questo Natale passi senza che ne cogliamo… l’opportunità!

AUTORE: Giuseppina Bruscolotti

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