Iniezione di speranza per una terra povera… e per noi

DIOCESI. Delegazione con il Vescovo in Albania per i 20 anni della missione a Fushë Arrëz

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Il Vescovo con un gruppo di bambini della scuola materna della missione in Albania
Il Vescovo con un gruppo di bambini della scuola materna della missione in Albania

Mons. Frano Ilia aveva trascorso quasi tutta la sua vita sacerdotale in carcere e ai lavori forzati in Albania. Dopo la fine della dittatura marxista-leninista, Giovanni Paolo II si recò in Albania il 25 aprile 1993, e lo consacrò vescovo. Mons. Frano, nonostante le prove subite e la difficile situazione della Chiesa, aveva un grande zelo apostolico e soprattutto aveva a cuore la difficile situazione dei cattolici delle montagne.

Bene o male, nei luoghi più vicini al mare, in pianura e facilmente raggiungibili, si stava stabilendo una presenza di missionari, soprattutto italiani. Ma le montagne erano un po’ tagliate fuori a causa della difficoltà nel raggiungere luoghi impervi con strade impossibili.

In quegli anni la nostra diocesi, sulla spinta degli avvenimenti internazionali e stimolata dal vescovo mons. Grandoni, aveva intrapreso un’opera di aiuto alla Chiesa albanese. Il primo villaggio a essere aiutato fu Kalmetj, molto povero, non molto distante dal mare; lì avvenne la conoscenza con le suore tedesche suor Gratias e suor Bernardette e il desiderio di collaborare per il servizio alla Chiesa e ai poveri.

Così mons. Ilia ci inviò a Fushë Arrëz, una cittadina nel nord Albania per poter riorganizzare la Chiesa, difficile da raggiungere e priva di qualsiasi struttura. Una missione che all’inizio sembrava impossibile, ma ciò che appare impossibile agli uomini è possibile a Dio.

Così nell’aprile di 20 anni fa iniziò questa avventura. I primi che accompagnarono le suore e organizzarono l’apertura del cantiere furono don Carlo Franzoni e don Claudio Calzoli, e a questo inizio seguì una grande mobilitazione di sacerdoti e di laici della nostra diocesi.

Naturalmente gli albanesi furono ben contenti di avere una presenza della Chiesa, anche perché almeno nominalmente la quasi totalità era cattolica. Quegli anni furono un’esperienza entusiasmante per tutti, preti e laici che, nonostante le difficoltà, anche per raggiungere il luogo, non hanno mai fatto mancare la loro presenza.

Nel 1995, durante l’estate, anche il vescovo mons. Grandoni si recò nella missione, che aveva voluto far dedicare a san Giuseppe, e nel mese di agosto del 1995 celebrò all’aperto una grande veglia dove amministrò battesimi e cresime: fu la “Pasqua” di Fushë Arrëz, la rinascita della Chiesa di Cristo. Oltre alle opere sociali si costruì la grande chiesa di San Giuseppe, punto di riferimento non solo per Fushë Arrëz ma per tutta una vasta zona costellata da numerosi villaggi.

La chiesa di San Giuseppe in Albania
La chiesa di San Giuseppe in Albania

Quest’anno, il 2 agosto, il nostro vescovo mons. Benedetto Tuzia, con don Marcello Cruciani, don Riccardo Ceccobelli, alcuni volontari della prima ora tra cui Bruno Valentini di San Venanzo, papà di don Francesco, Giuseppe Gervasi di Pozzo e altri che hanno lavorato molto in questa missione, sono ritornati a Fushë Arrëz.

Inoltre ci sono un gruppo di giovani con Sajmir, un ragazzo albanese di Fushë Arrëz che da molti anni vive a Todi, ed è un giovane cattolico molto impegnato. Molti gli appuntamenti importanti da vivere insieme con la comunità locale, tra cui il Grest per i ragazzi albanesi. Si andrà nei numerosi villaggi che fanno parte della giurisdizione della parrocchia di San Giuseppe.

Ricordi del passato ma anche presenza viva oggi, per una Chiesa, quella albanese, composta da tanti bambini e giovani. Saranno ricordati i martiri di questa Chiesa, con la visita ad alcuni luoghi dove hanno sofferto per la fede. La settimana si snoderà tra questi momenti d’impegno, di preghiera e di gioia con la consapevolezza che, nonostante le prove e le difficoltà, il Signore non abbandona li suo popolo. “Un’iniezione di speranza – mi diceva alla partenza don Marcello Cruciani – anche per noi che qualche volta siamo tanto scoraggiati dalle nostre situazioni ecclesiali e sociali”.

 

AUTORE: Antonio Colasanto

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