Investire oggi per gli umbri di domani. Commento ai dati Istat sulle previsioni della popolazione

Tempo di lettura: 290 secondi

di Rosita Garzi

I dati demografici dell’Istat denotano una diminuzione generale della popolazione e, negli ultimi anni, un suo invecchiamento costante. Le previsioni demografiche suddivise per fasce di età e riguardanti la regione Umbria ci danno un’immagine sempre più spopolata e per giunta sempre più vecchia. Da precisare che si tratta di previsioni basate sul trend statistico degli ultimi anni, il cui andamento potrebbe subire effettivamente modifiche sul piano reale. Nelle riflessioni che seguono si parte dunque dal presupposto che questa possa essere la realtà futura se, in qualche misura, non si interviene sul piano economico, sociale e culturale. Quali possano essere le conseguenze su questi piani possiamo almeno ipotizzarlo e immaginarlo dal punto di vista sociologico facendo alcune riflessioni.

Meno giovani e più anziani
Si tratta anzitutto di un fenomeno dovuto essenzialmente a due fattori. Da una parte l’innalzamento dell’età media della popolazione, dovuto a una qualità migliore della vita, e a condizioni migliori di salute tra gli anziani; dall’altra, una costante riduzione del tasso di fertilità. Su questo ultimo aspetto, il contributo fornito dalle donne immigrate, che in un primo momento ha potuto riequilibrare la situazione, oggi non sembra più colmare il gap che impedisce la riproduzione minima della popolazione (Save the Children, La maternità in Italia , 2018). Questo accade probabilmente perché, quando si percepiscono le difficoltà nel generare e far crescere figli, magari creandosi anche una famiglia, si manifesta un rapido adattamento della popolazione straniera ai comportamenti di riproduzione della popolazione autoctona e il tasso di fecondità scende rapidamente nel tempo, avvicinandosi sempre più a quello della popolazione locale. Per quanto concerne l’invecchiamento della popolazione, questo porta con sé anche un invecchiamento della popolazione attiva, con conseguenze a valanga.

Popolazione umbra: dati presenti e proiezioni

L’Istat ha pubblicato nel mese di maggio 2018 i dati relativi alle previsioni demografiche del nostro Paese. Tali dati forniscono un’immagine di come la struttura della popolazione potrebbe cambiare in futuro. Il punto base delle previsioni è il dato certo di 60,6 milioni di italiani residenti al 31 dicembre 2017.

Viene stimato che in Italia la popolazione residente attesa sia pari, secondo lo scenario mediano, a 60,5 milioni nel 2025, per poi passare a 59 milioni nel 2045 e infine a 54,1 milioni nel 2065 con una flessione massima di 6,5 milioni di residenti in meno rispetto al 2017.

Ma nello specifico, quali sono le previsioni demografiche relative alla nostra regione? Dalla banca dati Istat, abbiamo ricavato i dati relativi all’Umbria e dopo averli raggruppati, li abbiamo analizzati secondo i parametri che l’Istat stesso aveva utilizzato per l’Italia.

Il territorio umbro, dal 2017 al 2065, subirà una forte diminuzione di circa 110 mila residenti (dagli attuali 888.908 ai 770.8816) con un aumento significativo della fascia anziana (più di 65 anni) rispetto alla fascia giovane (0-14 anni).

Nel 2017 la popolazione nella nostra regione era così suddivisa: 12,79% giovani, 62,14% adulti e 25,07 % anziani. Tra 27 anni, nel 2045, con .679 abitanti (-36.229 rispetto al 2017) la struttura della popolazione subirà un grande squilibrio con una diminuzione in numeri assoluti e in percentuale della popolazione giovane (-17.469 e l’11,29% del totale) e della fascia media (15-64 anni) (99.318) e sarà il 53,13% del totale degli umbri, con un forte incremento della popolazione anziana (+80.558) che sarà il 35,02% del totale. Nel 2065, con una diminuzione della popolazione di oltre 118 mila residenti scenderà ancora il peso dei più giovani.

In conclusione si stima che, se oggi per ogni giovane ci sono poco meno di 2 anziani, dal 2045 ci saranno più di 3 anziani ogni giovane: una regione che ‘invecchia’!

Arianna Sorrentino

Le conseguenze nel mondo del lavoro
Un primo effetto sarebbe nella riduzione di investimenti in processi innovativi, con il rischio di indebolimento della vitalità imprenditoriale e conseguentemente anche della domanda di lavoro. La scarsità di lavoro potrebbe spingere la popolazione più giovane ad allontanarsi dal contesto locale. La componente più giovane della popolazione, tendenzialmente più aperta al cambiamento e utile per la vivacità economica del territorio, potrebbe “scegliere” la strada di abbandonare il territorio per cercare condizioni economiche più favorevoli, e costruendosi un futuro oltre il territorio locale. Il processo di invecchiamento po- trebbe in questo modo inasprirsi, con il conseguente aumento dell’età media e facendo sì che l’evoluzione professionale e i progetti familiari si realizzino al di fuori dell’Umbria.

Tre anziani per ogni giovane
Lo spopolamento e il probabile aumento della popolazione anziana potrebbe condurre anche alla nascita di zone residenziali popolate in prevalenza da anziani, con tutto ciò che ne consegue sul piano economico e sociale: gli anziani in condizioni di fragilità sociale sarebbero sempre più a rischio di isolamento. Sui giovani che restano graverebbe il peso della cura delle persone anziane (nel 2065, circa tre anziani ogni giovane), con un legame sociale sempre più impoverito dalla quasi assenza di famiglie e forze di lavoro giovani, e con un welfare sempre più in affanno. L’impoverimento generale dal punto di vista economico, ma anche sociale e umano, concorrerebbe al rischio di una più profonda frattura generazionale che potrebbe comportare il collasso sociale, oltre che economico, del nostro “cuore verde d’Italia”.

Come invertire la rotta?
Cosa fare per evitare una previsione così drammatica sul piano demografico? Non è certo cosa semplice; risposte sicure non ne abbiamo, ma alcune certezze sì. Rimodellare la società sulla base dell’incremento di longevità, investire sull’incremento della fertilità nel nostro Paese e sulle tre dimensioni del welfare (mercato, società e Stato) può essere una prevenzione attuabile. Lavorare quindi sull’idea di business (mercato), sul legame sociale e familiare (società), e investire nelle politiche sociali (Stato e altri), tutto nell’ottica di sostenere le famiglie, la genitorialità e gli anziani, favorendo la riproduzione sociale.

È certo che sui curricula non si denunciano gli anziani in casa o i figli appena nati, ma solo i master conseguiti (continua a leggere gratuitamente sull’edizione digitale de La Voce).

*Docente di Sociologia dei processi economici del lavoro all’Università di Perugia

LASCIA UN COMMENTO