La “città sommersa” dell’accattonaggio

Ue e Cnca vogliono conoscere un fenomeno in crescita. Anche Perugia al centro della indagine

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accattonaggioSono il risultato di quella “cultura dello scarto” di cui parla Papa Francesco, e capita di incontrarli ovunque: ai semafori delle strade, nei piazzali dei centri commerciali, nei parcheggi degli ospedali, all’ingresso delle chiese, sui mezzi pubblici.

Sono gli abitanti di “una città sommersa, in cui le persone vivono quasi nascoste”. La frase tra virgolette è contenuta in una ricerca sull’accattonaggio forzato svolta nell’ambito di un progetto della Commissione europea di cui è capofila il Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) con partner internazionali di Bulgaria, Polonia, Portogallo e Romania.

Lo scopo era conoscere un fenomeno in continua evoluzione e in crescita, per aumentare la consapevolezza di cittadini e istituzioni su questo tema e creare una rete internazionale di enti e soggetti pubblici e privati per uno scambio di esperienze e di “buone pratiche”.

Occhio a Perugia

Per l’Italia l’indagine si è concentrata sulla situazione in Umbria e Toscana, e in particolare a Perugia, Firenze e Pisa. Con l’aiuto di esperti e operatori di strada sono state censite 484 persone (360 uomini e 124 donne) che vivono chiedendo l’elemosina. A Perugia, con l’intervento della cooperativa Borgorete, sono state 102 (78 uomini e 24 donne).

La maggior parte provengono da Paesi della ex Jugoslavia e dell’Est Europa, tra i quali 17 dalla Croazia. Ci sono poi anche 18 bengalesi, 7 marocchini e immigrati di altre nazionalità di Africa e Asia. Tra quanti a Perugia e dintorni vivono di accattonaggio ci sono però anche 12 italiani. Perché – anche questo è uno degli aspetti emersi nell’indagine – con la crisi economica sono sempre di più gli italiani che vivono per strada e che si arrangiano chiedendo l’elemosina.

“Il fenomeno dell’accattonaggio – ha detto don Armando Zappolini, presidente del Cnca, presentando recentemente a Roma i risultati dell’indagine – è molto sottovalutato e appare in forte crescita. Molti continuano a pensare che l’emergenza riguardi solo gli stranieri e non gli italiani. Niente di più falso”.

Chi sono

Dall’indagine risulta che quasi la metà delle persone censite nelle due regioni si limita a chiedere soldi. Si tratta in genere di rom (soprattutto donne), ma ultimamente sta crescendo il numero di nordafricani. Tra loro ci sono spesso invalidi – non sempre veri -donne incinte, minorenni e addirittura bambini. L’altra metà offre qualcosa in cambio. Ai semafori ci sono i lavavetri (nordafricani e albanesi) e i venditori di fazzolettini e chincaglieria (soprattutto nigeriani). Bengalesi, indiani e pakistani offrono per strada e nei locali pubblici mazzi di fiori ma anche ombrelli, occhiali e oggetti vari di scarso valore.

Ci sono poi parcheggiatori abusivi, i portatori di carrelli davanti ai centri commerciali, aiutanti per biglietterie automatiche e apparecchi self-service, artisti di strada. Delle 484 persone censite, la stragrande maggioranza proviene da Paesi dell’Est Europa.

Persone – si rileva nell’indagine – che si trovano in condizione di “grande vulnerabilità” e che quindi sono a rischio di diventare vittime di rapporti violenti e di organizzazioni che li sfruttano. La maggior parte di loro – e questo è un altro aspetto interessante della ricerca – vivono queste condizioni in modo rassegnato e, se sfruttati, considerano i loro sfruttatori quasi come benefattori che li aiutano a tirare avanti. Tra i rom c’è poi una cultura di solidarietà familiare per la quale è normale che anche bambini e donne incinte vadano a chiedere l’elemosina in situazioni e in condizioni che per noi sono di sfruttamento.

Gli sfruttatori

Quello dello sfruttamento e dell’accattonaggio forzato è un pericolo che esiste soprattuto per i minori che provengono dall’Albania e da Paesi della ex Jugoslavia. Ci sono organizzazioni i cui emissari si presentano dalle famiglie nei Paesi di origine e si offrono di accompagnarli in Italia con la promessa di un lavoro e di un futuro migliore. Passata la frontiera (spesso con documenti falsi), vengono consegnati all’organizzazione, che li costringe all’accottonaggio con l’obbligo di consegnare quotidianamente una certa somma di denaro.

Se l’elemosina non basta, vengono spinti a compiere furti e borseggi. Se cercano di fuggire o non portano i soldi richiesti, vengono puniti anche con violenze fisiche. Si tratta di casi che è sempre difficile da fare emergere per la scarsa collaborazione dei protagonisti e il clima di paura e di omertà che si vive in questi ambienti.

“Il reato di tratta, riduzione in schiavitù o sfruttamento dell’accattonaggio – si legge infatti nella ricerca – continua a rappresentare una ridotta casistica che comporta il dispendio di energie investigative a fronte di risultati numericamente irrilevanti”.

L’accattonaggio in genere è in costante crescita dagli anni ’90 ed è strettamente collegato ai problemi della immigrazione e della crisi economica. Per chi poi arriva in Italia senza permesso di soggiorno e non trova o perde il lavoro, è facile finire per strada a chiedere l’elemosina, anche in cambio di qualcosa. Entrando in quella “città sommersa” dell’accattonaggio forzato.

Purtroppo – aggiunge don Zampolini – “la nostra società sembra sempre più interessata a combattere i poveri che la povertà. Si sente parlare ogni giorno di temi come l’accoglienza e l’immigrazione, ma quasi mai si discute veramente della centralità della persona”.

 

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AUTORE: Enzo Ferrini

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