La commemorazione dei fedeli defunti

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Le prime tracce di una Commemorazione collettiva dei fedeli defunti si trovano a Siviglia (Spagna) nel VII secolo e a Fulda, in Germania, nel IX ; però il vero fondatore della festa è da molti ritenuto santo Odilone, abate di Cluny, che l’introdusse in tutti i monasteri di sua giurisdizione tra l’anno 1000 e il 1009. La festa si propagò rapidamente in Francia e nei paesi nordici; In Italia esisteva alla fine del secolo XII e a Roma all’inizio del 1300. La trina celebrazione della Messa risale al 1915, quando, durante la prima guerra mondiale, il papa Benedetto XV credette bene d’estendere a tutta la Chiesa questo privilegio (consistente nella facoltà per i sacerdoti di poter celebrare in questo giorno tre Messe ciascuno), di cui dal secolo XVIII godevano la Spagna, il Portogallo e l’America latina. Prima del Concilio Vaticano II, quando il 2 novembre cadeva di domenica, la commemorazione dei fedeli defunti si celebrava il giorno successivo (die tre sequentis).
Nei giorni che precedono e seguono quella che comunemente è chiamata la “festa dei morti” molti, fedeli e non, affollano i cimiteri per visitare le tombe dei loro cari e partecipare ai solenni uffici in loro suffragio.
Nell’ isola Maggiore purtroppo il parroco non c’è più e il sacerdote che sta a Tuoro viene la sera del primo a celebrare la messa vespertina per poi ripartire di corsa ed andare a celebrare nelle altre chiese della 28a unità.
Ci si ritrova in chiesa poco più che per coprire le panche (siamo rimasti in una ventina) e poi si va al camposanto attiguo: oggi più simile ad una serra per la varietà dei fiori.
Ma un tempo non era così e anche l’isola aveva la sua brava novena con “l’Ufizio di morti”.
La prima messa del giorno dei morti, don Ottavio Posta la celebrava col buio, alle quattro del mattino, i pescatori dopo dovevano andare ad “alzare i tofi” per prendere le anguille.
Allora non c’era la luce elettrica ed il popolo saliva alla chiesa di San Michele Arcangelo in cima alla collina, con le lanterne a petrolio che nel buio sembravano tante lingue di fuoco che camminavano da sole; i vecchi per impaurire i ragazzetti dicevano loro che quelle fiaccole erano le anime sante del Purgatorio che venivano a sentire la messa.
Sui quattro angoli dei due gradini dell’altare stavano quattro torcere in ferro da sette braccia l’una, sulle quali ardevano 28 lunghe candele ad olio, quelle gialle, che con le loro fiamme facevano brillare le canutiglie d’argento della pianeta nera e del manipolo.
Al centro del presbiterio il catafalco ed un chierichetto, con l’incensiere fumigiante erano circondati dai tanti lumi ardenti tanto da creare un’iconostasi di fumo che eclissava l’altare ai fedeli. Le donne, con voce lamentosa, accompagnate all’ harmonium da mio padre Romolo, cantavano la Missa pro defuntis (chiamata semplicemente “la messa di morti”) col Dies Irae prima del Vangelo.
La altre due messe, alle sei e alle nove, quindi la sacra funzione serale con l’esposizione del Santissimo, e la benedizione del cimitero con le tombe piene dei crisantemi coltivati negli orti, e di candele ficcate sulla nuda terra di sepolcri tutti uguali, senza lapidi e fotografie. Le cappelle erano un lusso riservato ai signori, ed in un paese di poveri pescatori erano una vera rarità.
Offro questo piccolo ricordo a quanti, in questi santi giorni si recano al cimitero per portare un saluto ai loro cari, ricordando che più dei fiori o dei lumini é la preghiera l’unica realtà che perdura, rendendo noi, insieme con loro , anelli di una segreta catena di carità purgatoriale che gli ormai pochi cantori del mio paese riassumono così: <<Se per gli estinti, supplici \la prece a Dio volgete\ voi pur estinti avrete\ egual pietade un dì>>.

 

AUTORE: Umberto Benini

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