La giustizia arranca dietro il crimine

I mali - spesso ormai “cronici” - del settore denunciati all’inaugurazione dell’anno giudiziario a Perugia

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L'inaugurazione dell'Anno giudiziario a Perugia
L’inaugurazione dell’Anno giudiziario a Perugia

Come sta la giustizia in Umbria? Non proprio bene, ma è un malessere che dura da anni e che sta diventando una malattia cronica. C’è un aumento della criminalità organizzata, così come cresce la domanda di giustizia dei cittadini nelle cause civili. Però mancano cancellieri e personale amministrativo, per cui i processi vanno a rilento. C’è poi una legislazione che aiuta chi ha interesse ad allungare i tempi delle sentenze, facendo così scattare la prescrizione. Lo ha denunciato, senza giri di parole, il sostituto procuratore generale Giancarlo Costagliola sabato scorso a Perugia in occasione della solenne cerimonia per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, parlando dello “scandalo di una giustizia penale che finisce col garantire l’impunità di chi si può permettere costosi collegi di difesa”. Con “un numero spropositato di sanzioni penali (sembra che siano oltre 40 mila) capaci di generare ogni anno – ha spiegato – un numero di procedimenti penali che il nostro sistema giudiziario non può definire in tempi accettabili”. Ad ascoltarlo c’erano parlamentari, sindaci, la Presidente della Regione e tutte le massime autorità civili e militari. “Il diffondersi della corruzione e della delinquenza organizzata – ha detto – insieme al discredito della politica trovano fondamento nella crisi della giustizia penale, favorita e alimentata dal regime della prescrizione”, che “secondo l’opinione comune di giudici e giuristi è la vera zavorra del nostro sistema penale”. Uno strumento “che invoglia tutti gli utenti, in particolar modo gli imputati colpevoli, a tentare di far trascorrere il tempo necessario”: cosicché in un solo anno sono stati cancellati in Italia 160 mila processi, vanificando il faticoso lavoro delle forze di polizia, dei magistrati e del personale degli uffici giudiziari. “Assistiamo passivi e rassegnati – ha aggiunto Costagliola – a un incredibile spreco di risorse materiali e umane che genera la frustrazione delle vittime e della magistratura giudicante”. Parole che vengono ripetute da anni nelle aule di giustizia di tutta Italia in occasione di queste solenni cerimonie, ma che di fatto sono rimaste inascoltate.

 

Alla crisi della giustizia in Umbria contribuisce in modo rilevante la carenza del personale amministrativo, come ricordato dal presidente reggente della corte d’Appello Giancarlo Massei. A Perugia mancano il 36% degli operatori, e la situazione non è migliore negli uffici giudiziari di Spoleto e Terni, tanto che in Umbria – ha ricordato il sostituto procuratore Mario Formisano dell’Associazione nazionale magistrati – lo scoperto dell’organico del personale amministrativo “oltrepassa il 40%. Diviene molto arduo in queste condizioni – ha detto – assicurare un servizio rapido e efficiente” con dipendenti la cui età media per il blocco del turn-over supera i 50 anni e che sono “esausti” per il troppo lavoro. Così saltano udienze, si riducono gli orari di servizio delle Cancellerie, con gli avvocati costretti ad attese di ore, e anche i processi vanno a rilento. Nel tribunale penale di Perugia, per una sentenza nel 65 per cento dei procedimenti si deve aspettare più di due anni, mentre nella sezione civile per definire un procedimento ordinario ci vogliono mediamente 4 anni. La giustizia è sempre più lenta, quando invece ci sarebbe bisogno della certezza della pena in tempi brevi per contrastare una criminalità organizzata che diventa ogni giorno più pericolosa. Aumentano i fatti di sangue dei quali si deve occupare la Corte d’assise. Un “aumento allarmante” per il presidente Massei, che è anche il “segno molto triste” del fatto che “qualcosa e in peggio nel giro di pochi anni è cambiato nella nostra regione”. Dalla relazione del sostituto procuratore generale Giancarlo Costagliola emerge “l’esistenza di insediamenti di gruppi criminali di stampo mafioso e di gruppi criminali extracomunitari” che in certe situazioni collaborano tra loro avvalendosi di gruppi criminali locali, anche questi in crescita. Manca il lavoro, e sono sempre di più le persone residenti in Umbria che si mettono a disposizione di queste organizzazioni criminali e fanno affari con la droga, con il favoreggiamento dell’immigrazone clandestina e la tratta di essere umani legata allo sfruttamento della prostituzione. Ci sono poi gli affari delle mafie che vengono a riciclare in Umbria i soldi “sporchi” dei loro traffici, inquinando la nostra economia. In particolare la relazione del sostituto procuratore generale riferisce della presenza nella nostra regione di “soggetti collegati a cosche della ’ndrangheta” che hanno scelto di vivere in Umbria “per allontanarsi dalle faide attive in Calabria o per riciclare capitali illeciti”. Un’infiltrazione che era cominciata con la ricostruzione dopo il terremoto del 1997. Soldi, tanti soldi pubblici per appalti e cantieri, che facevano gola anche alla ’ndrangheta. Ma questo è un altro capitolo che, forse, non è stato ancora scritto per intero sulla storia di quel terremoto che aveva sbriciolato gli affreschi della basilica di San Francesco ad Assisi e il “Torrino” simbolo di Foligno.

AUTORE: Enzo Ferrini

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