Le crescenti preoccupazioni per un’azienda-simbolo

PERUGINA. In attesa dell’incontro di ottobre tra azienda e sindacati, abbiamo intervistato il segretario regionale Fai-Cisl

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perugina-nestléSono stati giorni infuocati quelli vissuti a fine agosto dai lavoratori della Nestlé-Perugina (più di 1.000 tra fissi e stagionali), nell’apprendere la notizia di 300 esuberi, poi smentita dai vertici aziendali, ma che ha riportato all’attenzione la necessità di un rilancio produttivo-occupazionale dello stabilimento di San Sisto.

La Voce se n’era occupata sei mesi fa con un ampio servizio di Alberto Mossone, già product manager della Perugina, pubblicato il 20 marzo in occasione dell’incontro di Cgil, Cisl e Uil “Perugina, un bene comune, un futuro da costruire”. L’esperto ha illustrato il rischio a cui potrebbero andare incontro i lavoratori se la Nestlé non appronta per il ciclo di produzione 2015-2016 un piano industriale di rilancio del marchio con conseguente aumento dei suoi volumi produttivi, scesi a 25.500 tonnellate nel 2014.

È un piano richiesto dalla Rsu aziendale alla Nestlé nell’atto di sottoscrivere, lo scorso anno, un contratto di solidarietà biennale accettando il principio “lavorare meno, lavorare tutti”, che permette un abbassamento del costo del lavoro e un aumento della competitività dello stabilimento.

Mossone ha anche fornito la sua soluzione: “La Nestlé, se tiene al marchio Perugina, come sostiene, lo rilanci ritornando a investire in marketing e innovazione, allargando il ventaglio geografico dei mercati di sbocco e utilizzando al meglio le sue reti commerciali internazionali”. Di ciò sono convinti i sindacati e istituzioni politiche locali e regionali, che hanno sollecitato un incontro tra Nestlé e ministero per lo Sviluppo economico (Mise).

Quest’ultimo si è attivato per invitare la multinazionale “a un incontro istituzionale – è scritto nel sito del Mise – per un esame delle prospettive produttive del gruppo nel nostro Paese, con riferimento anche alla situazione della Perugina”. Inoltre, il 31 agosto la II Commissione del Consiglio regionale si è riunita discutendo sulla vicenda, impegnando Assemblea e Giunta a seguirla da vicino, trattandosi del futuro dell’economia di un intero territorio.

Una prima precisazione è venuta dalla Nestlé all’inizio della settimana, smentendo la notizia non solo degli esuberi (definita “un’elaborazione di fonte sindacale, che non ha riscontro”), ma anche quella di “un ulteriore calo di volumi produttivi, che prevediamo in linea con quelli realizzati lo scorso anno, anche se ridistribuiti su produzioni diverse”.

Perugina-manifestazioneL’azienda ha interrotto dal primo settembre i “contratti di solidarietà” (stipulati nel 2014), motivando così la sua scelta: “per adeguare la produzione alla stagionalità tipica dei consumi di cioccolato”, in cui “tutti gli addetti alla produzione rientreranno al lavoro e saranno impegnati per la campagna della stagione 2015-2016, che tutti ci auguriamo sia di successo per i prodotti Perugina”.

A seguito della precisazione Nestlé, abbiamo chiesto un commento a Dario Bruschi, segretario regionale Fai-Cisl Umbria. “Se l’Azienda – ha risposto – esclude che ci sia un problema di esuberi, ai sindacati non può che far piacere”. D’altro canto, però, “la Nestlé, nell’affermare nella nota che andrà a elaborare un piano di rilancio, ammette che a tutt’oggi questo piano non c’è, pur essendo stata da noi sollecitata da tempo a vararlo”.

Bruschi si è detto fiducioso nella Nestlé, perché “è nel suo interesse presentare al più presto un piano di rilancio”. Potrebbe prendere spunto dal piano elaborato dalla Rsu la scorsa primavera, che “consiste nel produrre prodotti di livello internazionale”, spiega il sindacalista, e fa un esempio: “Le cialde del Nescafé dolce gusto, nonostante il suo accattivante nome italiano, vengono prodotte in Inghilterra, Germania, Svizzera e Spagna”.

Intanto c’è attesa per l’incontro del 9 ottobre, all’Assindustria di Perugia, tra i sindacati e la Nestlé. “Siamo ottimisti con l’azienda – conclude Bruschi –, perché crediamo che si raggiunga un’intesa così da avere un panorama più trasparente possibile sulla situazione con la presentazione di un piano di rilancio. Senza questo piano, dovremo valutare con i lavoratori le forme di azione per tutelare i livelli occupazionali della Nestlé-Perugina”.

 

Come la vede chi abita là

“C’è rassegnazione tra la gente per la vicenda dei lavoratori della Nestlé-Perugina” dice don Claudio Regni, parroco dell’unità pastorale di San Sisto – Sant’Andrea delle Fratte, che abbraccia una delle aree industriali più vaste dell’Umbria, con 600 piccole e medie imprese.

“Rare – commenta – sono quelle non ‘in sofferenza’: diverse la sopportano, altre sono a rischio fallimento”. “Sono meno di un terzo i dipendenti della Perugina che vivono a San Sisto – precisa ancora. – Chi frequenta la parrocchia non vuole parlare di una vicenda vissuta da tempo sulla propria pelle, quando sembra che il problema non esista, e si creano solo allarmismi. Non c’è chiarezza, e la gente è confusa”.

“Senza drammatizzare – dice don Claudio – il problema c’è, ed è riproposto con periodicità, ripercuotendosi sull’indotto che conta più di 1.000 lavoratori. Ma di questo si parla poco sulla stampa. Sono tutti consapevoli che, se si vuole continuare a lavorare, occorre innovare, cioè fare altre produzioni, ma questo implica la volontà dell’azienda. Bisogna capire le intenzioni della Nestlé, che per non licenziare ha messo in atto insieme ai sindacati il ‘contratto di solidarietà’. Una cosa di per sé buona” ma che don Claudio teme si trasformi “in un palliativo che alla fine si rivelerà un’illusione. I lavoratori trascorreranno più tempo a casa e si distrarranno, con il rischio di allontanarsi dal problema principale, il lavoro, e non reagire più per la difesa di un loro sacrosanto diritto”.

E infine denuncia che “l’individualismo, l’edonismo e il relativismo hanno colpito profondamente, diventando quasi menefreghismo sociale”.

 

AUTORE: Riccardo Liguori

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