L’economia non si è fermata, sta cambiando. Anche il lavoro

Lavoro e imprese. Molti dai paesi se ne sono andati all’estero, “ma un’economia nuova sta nascendo in silenzio, dall’alimentare alla meccanica, passando per il tessile"

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A volte d’estate mi trovo a passeggiare per il mio piccolo paese, poco meno di duemila anime, con mio figlio e passando per le strade provo spesso una fitta al cuore pensando a quante imprese di quelle che avevano reso ricco il piccolo Ponte non ci sono più. Hanno creato benessere negli anni passati per molte famiglie, non solo italiane ma anche di immigrati, giunte per lavorare dall’Algeria, Marocco, poi dall’Albania. Ora le attività si contano sulla punta delle dita di una mano e chi è rimasto, come chi scrive, si trova a combattere ogninaugurazione-interno-emporio-caritas-san-sisto-13-03-16-CMYKi giorno contro i mulini a vento. Senza lavoro le nostre città rischiano di diventare dormitori, popolati al massimo da fantasmi che entrano ed escono furtivi dalle loro case, colpevoli di aver perso la dignità, perché come dice Papa Francesco, “il lavoro è dignità”.

I poveri aumentano, aumentano nella nostra Umbria, come in Italia, non per una ineluttabile e cieca volontà ma a causa di una crisi che ha portato alla chiusura di molte aziende, con conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro. Accanto alla desertificazione delle zone industriali e artigianali stanno sbocciando imprese altamente innovative, piccole ma al tempo stesso orientate al mondo. Di certo non possono assorbire il numero grande di coloro che in questi anni hanno perso il lavoro nei settori tradizionali, dall’edilizia al tessile, e questo non soltanto per struttura dimensionale ma anche per le profonde differenze che caratterizzano le professionalità di manodopera richiesta.

Spesso si afferma che l’economia si è fermata ma questo non è corretto. L’economia non si è mai fermata, ma ha mutato luoghi e tempi ridefinendo lo scenario mondiale: il mercato globale ha spostato le produzioni là dove costano meno. Grazie a questo, oltre metà del pianeta ha potuto agganciare la strada dello sviluppo, ma in Occidente, dagli Usa all’Europa, passando per la piccola Umbria, la classe media e ancor più quella composta di famiglie povere è stata trascinata verso il basso. Il mondo presente è meno diseguale tra Nord e Sud, ma in molti paesi sono aumentate le differenze. Come scriveva Delors, è necessario che il Mercato unico sia accompagnato da una carta sociale dei diritti per evitare che la competizione fra paesi di livello diverso si trasformi in una rincorsa al ribasso verso il minimo comune denominatore. Mai come oggi merci e persone hanno potuto viaggiare da un luogo all’altro del pianeta, ma la globalizzazione è un’opportunità che non tutti possono cogliere. Ogni impresa, come ogni territorio e ogni persona, in un contesto di globalizzazione gioca la sua partita e spesso la vittoria non è di un singolo player ma di reti di imprese, di territori, di persone.

C’è da chiedersi se l’Umbria, le sue imprese e le sue persone stanno cercando di giocare al meglio la partita o in troppi ormai non credono più in questo Paese, un Paese in cui negli anni della crisi, mentre si sono dedicate interminabili discussioni se pagare o meno l’Imu sulla prima casa, quella sui fabbricati industriali è quadruplicata! Nello scorso anno 8.457 umbri si sono trasferiti e di questi ben 2.411 all’estero.

Ebbene sì, tornando alla passeggiata estiva, molti sono partiti anche dal mio piccolo Ponte e sono ora in Canada, Messico, Brasile, Dubai, Irlanda, Germania. Se non avessi incontrato tanti imprenditori coraggiosi, innovativi e lungimiranti mi verrebbe da dire che la partita è persa. Ma i germogli di Eccellenza, da poco oggetto di una curata ricerca della Piccola industria di Confindustria Umbria ci stanno ad indicare che un’economia nuova sta nascendo in silenzio, dall’alimentare, alla meccanica, passando per il tessile, sono nuove avanguardie. Alla politica il compito di preservare questi nuovi piccoli semi di speranza e promuovere a livello internazionale un territorio come l’Umbria che non ha bisogno di logo perché la sua forma, di cuore, la sua natura e la sua storia valgono assai più e sono già un brand importante.

 

AUTORE: Daniela Monni

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