L’editoriale. La non-politica è peggio di Trump

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Gli avvenimenti, anche quelli macroscopici come i fenomeni migratori, si possono subire o governare. Il neo-presidente Usa Donald Trump, a modo suo – un modo piuttosto rozzo e poco umano – sta provando a governare l’immigrazione nel suo Paese. E mentre i benpensanti si stracciano le vesti e i sostenitori del politically correct scendono in piazza, ho l’impressione che la gente comune preferisca chi “governa” a schiere di donald-trumppolitici che, come accade in Italia e in Europa, si limitano a cercare di gestire le emergenze riducendo i danni. Ma un politico che non governa, a che serve?

Giustamente si grida allo scandalo contro il muro di confine tra Usa e Messico (in parte già edificato da precedenti Amministrazioni). D’altro canto, oggi in Europa non entrano i più poveri o i più meritevoli, e nemmeno in maggioranza le vittime dei conflitti: i dati del 2015 dicono che quasi il 70% dei richiedenti asilo ha visto respinta la propria domanda per mancanza di valide motivazioni. E le poche centinaia di rimpatri sbandierati in questi giorni fanno sorridere dinanzi alla dichiarata impossibilità di attuare le decine di migliaia che sarebbero necessari.

Una politica di gestione dell’immigrazione inefficace nel filtrare gli ingressi secondo criteri di giustizia e di umanità, nello scoraggiare gli ingressi di chi ha meno diritti di altri, e nel rimpatriare tutti coloro che non abbiano i requisiti per rimanere, è una non-politica. Peggiore, a rigor di logica, della cattiva politica di Trump. Giustamente si bolla come discriminatoria la chiusura Usa ai musulmani; d’altra parte una gestione dell’immigrazione incapace (come sollecitò qualche anno fa il card. Biffi, attirandosi critiche infinite) di incoraggiare a venire le persone maggiormente integrabili con la cultura del Paese ospite, è una non-politica. Peggiore, a rigor di logica, della cattiva politica di Trump.

Tutto questo per dire che, se non vogliamo – e non li vogliamo! – approcci alla Donald Trump o alla Viktor Orban anche in Italia e nel resto d’Europa, sarà ora di cominciare a governare. Smettendo di buttare fumo negli occhi alla gente, e trovando il coraggio di stabilire criteri e procedure certi, rapidi ed efficaci, che consentano l’immigrazione sostenibile dei più bisognosi e dei più facilmente integrabili, scoraggiando o impedendo quella degli altri.

Noi cattolici possiamo e dobbiamo chiedere che criteri, procedure e numeri di ingressi siano ispirati a umanità, apertura e generosità, sollecitando nel contempo adeguate azioni di soccorso umanitario e di cooperazione internazionale. Tanto più che in quest’ultimo campo siamo da anni fanalini di coda tra i Paesi Ocse nel rapporto tra Pil e fondi per l’aiuto allo sviluppo (nel 2015 solo lo 0,16%; peggio di noi solo Spagna, Repubblica Ceca, Slovenia e Grecia), e lo slogan “aiutare le persone a casa loro” risulta essere poco più che un flatus vocis. Dovremmo anche stare attenti a non confondere l’inerzia e la cattiva politica con la carità.

AUTORE: Paolo Giulietti

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