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L’editoriale. La vita umana nel cambiamento d’epoca


In questi ultimi giorni, superate le elezioni amministrative, nei giornali, in tv e in rete si torna a parlare delle grandi questioni che interessano la gente. Due tra tutti, i temi emergenti: i migranti e il piccolo Charlie. Temi che fanno riferimento alla vita concreta di uomini e donne, persone reali, con storie, sogni, desideri, paure, diversi ma veri.

È entrata nel cuore di tutti la storia dei giovani genitori inglesi che lottano per far vivere tutto il tempo che gli sarà dato, con l’aiuto della medicina, al loro bambino che soffre di una malattia rara e nefasta. Molto è stato detto e scritto, e anche noi pubblichiamo due commenti (a pagina 3) che aiutano a comprendere la situazione. Tra i commenti che ho letto un medico osserva che da questa vicenda esce sconfitta quella che chiamiamo “alleanza terapeutica” tra medico e paziente. Quando il dialogo si interrompe e la decisione viene portata nelle aule giudiziarie si perde quella dimensione di umanità che è propria del rapporto personale in cui medico e paziente – in questo caso i genitori del piccolo – devono ponderare tutte le opzioni per prendere una difficile decisione.

Si parla molto del tempo in cui viviamo come di un cambiamento d’epoca piuttosto che epoca di cambiamento, per dire che la nostra generazione si trova nella fase di creazione di una nuova civiltà che ancora non sappiamo come sarà, ed è questo che in fondo alimenta paure e chiusure, ritorni al passato che sono rassicuranti ma che non sono in grado di dare risposte al nuovo che già è tra noi. La storia del piccolo Charlie ci mette dinanzi a questo cambiamento in cui le nuove possibilità (si pensi anche alle protesi tecnologiche che consentono a chi è paralizzato di muoversi o all’intervento sulla fecondazione umana ormai possibile al di fuori della relazione fisica tra uomo e donna e tanto altro) pongono nuove domande che richiedono risposte complesse.

Si parla molto anche di migranti, persone che vengono da lontano, che fanno paura perché sconosciute, parlano altre lingue, hanno altre religioni, portano altre malattie …. Poco importa da dove vengono e perché lasciano il loro Paese. Se anche il presidente francese Macron fa distinzione tra rifugiati politici e migranti economici viene da pensare che sia giusto chiudere le porte. Le storie di questi giovani migranti parlano di volontà di vivere, e il mondo globalizzato parla a loro di paesi in cui si possono realizzare i desideri di una vita dignitosa che a volte significa anche solo poter immaginare un futuro. Chi è abbastanza grande ha conosciuto questa forza vitale nella propria storia o in quella di parenti e amici partiti con la valigia di cartone. Ma anche quando parliamo di migrazioni parliamo di un fenomeno antico e nuovo perché nuovo è il mondo che la tecnologia delle comunicazioni ha reso “piccolo”, e nuovi sono i cambiamenti climatici di cui si parla poco ma saranno sempre più causa di migrazioni di popoli. Anche qui occorre capacità di vedere il futuro e volontà di fare e impegnarsi, come sta facendo, nel piccolo, la Cei con il progetto di cui parliamo a pagina 8.

In entrambi i casi, Charlie e migranti, i cristiani possono offrire la saggezza antica che viene dal Vangelo. Non è un caso che Papa Francesco abbia voluto istituire una giornata “dei” poveri.

Maria Rita Valli


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