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L’editoriale. Muri. Utopia sconfitta


Putin, Assad, Erdogan, Trump, Le Pen e poi ancora chi altro? Quali saranno i prossimi nomi, ma soprattutto quali azioni li vedranno protagonisti nelle scelte strategiche che riguardano poi ognuno di noi? Può la democrazia del XXI secolo aver dimenticato cosa significa nella storia dell’umanità costruire muri? Basteranno dei muri a proteggere l’Occidente? Chiediamoci poi se fino ad oggi non sono maggiori i problemi causati da movimenti di capitali senza regole, di quelli causati da un flusso di persone che scappa da guerra, miseria e fame.

Attraverso i socialnetwork il popolo della rete reclama facili soluzioni ma la realtà non è mai stata così complessa, interconnessa come in questo secolo. Solo una nuova utopia può immaginare di costruire muri e imporre dazi per proteggere un Paese piuttosto che un altro. Giova ricordare a riguardo cosa produsse il protezionismo di Smooth agli inizi del secolo negli Usa e poi a catena nel mondo. Non possiamo giudicare Trump a così pochi giorni e a così tanti chilometri di distanza, ma abbiamo tutti il dovere di capire, interrogarci e riflettere se non ci sia davvero la possibilità di governare la globalizzazione.

Abbiamo perso 60 anni di pace durante i quali poter definire alcune regole importanti a livello di protezione e cura del creato. Il mondo è globale, interconnesso come mai, non solo dalla mobilità dei capitali e delle persone, ma da un sistema nervoso e connettivo costituito dalla rete che consente ormai a tutti di vedere in tempo reale cosa accade a New York, come ad Addis Abeba. Non si può pensare di tornare indietro salvo voler rinunciare alla pace, ma occorre trovare presto una strada diversa e forse meno costosa di quanto spenderà Trump per il muro e anche meno costosa di quanto spende l’Europa per gestire in maniera inefficace i flussi di profughi. Occorre pensare una strada nuova, che non ripeta errori già visti… Non si può pensare di porre dazi ai beni e costruire muri esportando contemporaneamente finanza tossica, senza immaginare che possa accadere qualcosa di grave. Il popolo ha fame, ormai non solo nel Sud del mondo, ma anche in Occidente. Il rischio è di perdere l’ultima occasione di governare un processo potenzialmente virtuoso ma nella misura in cui pone l’uomo al centro.

Potrebbe non essere necessario costruire un muro né in Messico né altrove se si iniziassero a produrre in quei territori imprese che rispettano le stesse regole, a Detroit come a Pechino. Abbiamo avuto più di 40 anni per migliorare i processi di delocalizzazione ma la politica ha chiuso gli occhi e in cambio di gettoni ha permesso che le multinazionali operassero libere da ogni regola. Nell’attesa che queste regole vengano scritte, perché ne abbiamo bisogno per proteggere il pianeta e le generazioni future, tutti possiamo essere un po’ più responsabili poiché dall’esercizio della libertà di ciascuno dipende la sopravvivenza della democrazia e della libertà. Putin, Assad, Erdogan, Trump, Le Pen e poi ancora chi altro? Il mondo rincorre leader forti ma la vera forza di una democrazia è nella sua capacità di selezionare le élite che la governano, nessun uomo, anche il migliore, solo al comando, garantisce il ritorno di una nave in porto, specie se bisogna attraversare i ghiacciai.

Speriamo che la classe politica italiana, distratta da correnti e torrenti, trovi una squadra adeguata capace di esprimere non solo un bravo capo di governo ma una pista coraggiosa da percorrere non solo in Europa ma sullo scacchiere mondiale. Le premesse non sono le migliori, pare che per troppi lo sguardo non solo si fermi al confine del proprio Paese o della propria regione ma non vada oltre la punta dei propri piedi. Forse pochi hanno ormai il fiato necessario per le grandi scalate, quelle che comportano sacrificio e spirito di squadra per arrivare in alto. Putin, Assad, Erdogan, Trump, Le Pen e poi ancora chi altro? Proviamo ad evitare il buio accendendo almeno una candela nella nostra piccola Italia.

Daniela Monni


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