Il sogno infranto della fine dei conflitti

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È consuetudine dire che ognuno di noi si ricorda che cosa stesse facendo l’11 settembre del 2001, ma in realtà non è così. Non solo perché buona parte della popolazione terrestre non poté seguire in diretta gli avvenimenti di New York e Washington a causa della mancanza di mezzi di comunicazione adatti, ma anche perché ormai un’intera generazione è cresciuta nel mondo post-11 settembre.

I ragazzi che quest’anno si iscrivono all’università non si ricordano dov’erano quel giorno per il semplice motivo che avevano tre anni e l’unico mondo che conoscono è quello attuale, destrutturato, popolato da una molteplicità di attori di natura diversa capaci di agire sulla scena internazionale. Un mondo in cui tutto cambia velocemente e dove, a causa di questo continuo e vorticoso mutamento, manca un vero ordine.

Noi, sufficientemente “vecchi” per ricordare la seconda metà degli anni Novanta, possiamo misurare la distanza fra la realtà e l’abbaglio della “fine della storia”, ossia l’idea che l’età dei conflitti fosse ormai finita e che la democrazia liberale fosse destinata a trionfare ovunque nel mondo.

La storia non se n’è mai andata, ma è come se le nostre società sviluppate, e non solo la generazione dei ragazzi che non ricordano l’11 settembre, abbiano comunque realizzato un po’ le premesse di quella visione errata. Si ha infatti l’impressione di vivere in un eterno presente, in cui il tempo – oltre che lo spazio – è compresso, irrilevante, prescindibile. Lo vediamo ogni giorno sul piano degli stili di vita, ma anche nella sfera politica. Non si ha tempo per studiare e comprendere il passato, così come non si ha pazienza per progettare il futuro e per valutare le conseguenze a lungo termine delle scelte odierne.

Ci siamo dovuti rendere conto che se l’era delle ideologie è tramontata nei nostri sistemi politici occidentali, ciò non è necessariamente vero per altri contesti e per altre culture. Ideologie che propugnano il cambiamento dell’ordine politico e sociale attraverso l’uso della forza sono ancora possibili e l’unico modo per sconfiggerle davvero è comprenderne le radici e affrontarne le cause.

L’altra caratteristica fondamentale del sistema internazionale contemporaneo resa evidente dall’11 settembre è lo sfumarsi delle linee di divisione fra pubblico e privato, fra attori statali e attori non-statali, fra dimensione interna e dimensione internazionale. Lo Stato è ancora uno strumento indispensabile di mantenimento dell’ordine, di cui si capisce bene l’importanza quando le istituzioni statali collassano e si creano vuoti di potere che lasciano spazio a gruppi terroristici e criminali su larga scala. D’altra parte, lo Stato è tuttora in grado di attirare la fedeltà e le aspettative di molti, ma è sempre più sfidato da fenomeni transnazionali e attori non-statali con i quali è imprescindibile fare i conti e anche lo Stato deve rinnovarsi.

Quando i fronti di impegno si moltiplicano e le situazioni mutano velocemente, è più importante che mai ripartire dalle fondamenta: riscoprire la storia, la cultura, l’identità, ma anche coltivare la capacità di cooperare, lavorare insieme, costruire a lungo termine. Solo così si può superare quella sensazione di eterno presente vorticoso, privo di punti di riferimento e continuamente in emergenza che i diciannovenni odierni hanno conosciuto come “normalità”.

Il vero realismo e il vero idealismo hanno radici profonde e guardano al futuro a lungo termine. Dobbiamo recuperarli e viverli nella situazione odierna, altrimenti la compressione spaziale e temporale simboleggiata dagli attentati dell’11 settembre ci schiaccerà in una gabbia inconsapevole di incertezza, egoismo, irresponsabilità e paura.

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